Il corpo e l'abbandono

 

Un giovane critico letterario viene svegliato di soprassalto da un sogno ricorrente da tempo. Apre gli occhi. Accanto a lui, il suo amante; un uomo ormai anziano, fatalmente baciato dalla fortuna e dalla notorietà. I due si guardano, a lungo, intensamente, e il giovane comprende che è giunto il momento di rivelargli il proprio angosciante segreto.
Inizia così uno dei romanzi italiani a detta della critica più ambigui di questi ultimi anni. Di qui il protagonista si abbandona a una vertiginosa corsa nel tentativo di comprendere gli enigmi dell’esistenza. Ma si tratta di una corsa che non ha meta e che non prevede ritorno. La vita, l’amore, i misteri della creatività, la morte vengono sondati nelle loro ricchezze e nelle loro miserie da Walter G. pozzi all’insegna di un tema tipico della sua narrativa: l’ambiguità.
L’autore de L’infedeltà ci costringe a specchiarci nel destino dell’uomo, coinvolgendoci in uno spietato confronto al termine del quale non potremo fare a meno di riscoprirci diversi. Sgomenti, magari, ma sicuramente più consapevoli.

 

Leggi altre informazioni e acquista il libro su

 

Rassegna stampa

Il corpo e l'abbandono: la materia dell’uomo di Cataldo Russo, Artecultura

Romanzo esistenziale quello dello scrittore monzese Walter G. Pozzi di grande intensità emotiva, dove il vissuto e il narrato si intrecciano e si fondono in una sintesi avulsa da civetterie letterarie e pose accademiche. Romanzo originale Il corpo e l’abbandono, nel quale non mancano alcune singolarità di rilievo anche dal punto di vista della tecnica narrativa. L’atmosfera è di tragedia ovattata e i tanti «perché» che travagliano l’autore non sono mai urlati ma quasi bisbigliati a un ipotetico interlocutore che sembra tanto vicino quanto più è lontano e misterioso. Non si tratta d’un interlocutore distaccato dal contesto e insensibile al male che affligge il protagonista, ma al contrario pronto a raccogliere i tanti quesiti che questi pone, anche se non sembra in grado di fornire la risposta sollecitata. E’ un romanzo nel quale confluiscono senza mai dipanarsi del tutto molte delle tematiche del nostro tempo. Il conflitto generazionale padre-figlio-nipote nella sua circolarità, la difficoltà nel poter stabilire relazioni in un mondo sempre più dominato dalla fretta e dall’egoismo, il malessere di sentirsi rifiutato per una diversità accettata e razionalizzata, ma mai sbandierata per bisogno di sterile protagonismo, rendono il libro molto articolato e ricco di spunti interessanti. Dice il protagonista: «... non posso evitare di pensare a quando confessai la mia omosessualità prima a mio padre e poi a mia madre...» E ancora: «... mio padre mi confidò in seguito che il primo pensiero era stato quello di non poter diventare nonno. Ora forse lo capisco...» In questo contesto di quasi incomunicabilità persino il terribile male che ha colpito il protagonista sembra attenuarsi. Ed è proprio attraverso la coscienza dell’ineluttabilità del male sia esso fisico perché legato alla malattia che avanza e non concede scampo sia esso esistenziale (malessere del vivere) che il protagonista rompe alcune delle gabbie, in cui la società relega il cosiddetto uomo comune, e acquista la sua valenza positiva. La scrittura è avvincente il ritmo narrativo tambureggiante e la materia viva perché le tematiche affrontate non sono del protagonista, ma dell’uomo.

Il corpo e l'abbandono: niente di terreno

Una coppia consolidata, un rapporto indiscutibile. Un giovane critico letterario e un anziano artista affermato. Ma qualcosa li raggiunge, li sconvolge, li cambia. Un mattino qualunque di una giornata qualunque, ma con alle spalle un sogno ricorrente da tempo, e nel petto l’angoscia di un tragico segreto: il giovane sa di essere malato e ora niente potrà essere come prima, la vita, la morte, l’amore. Inizia così il percorso psicologico e morale del protagonista che, attraverso un lungo monologo interiore, ripercorre le tappe della propria esistenza, i suoi rapporti passati e presenti, ripensandoli alla luce di una consapevolezza che non lascia spazio al conforto degli inganni. I suoi occhi ora sono impietosi, verso gli altri e verso se stesso; e non c’è ritorno. «La morte fisica è solo l’ultima delle morti possibili», dirà. Prima c’è l’abbandono, quello degli amici, dei parenti e, infine, del corpo. E Dio? Dov’è Dio? Come può volere tutto questo dolore, la sofferenza gratuita dei propri figli? Beh, il mondo non è altro che un Big Splash, un’immensa masturbazione divina che con il suo schizzo dà origine a tutto. E l’amore solo un castigo, una condanna a un bisogno perennemente non corrisposto e non capito così come non è possibile la comprensione vera e totale tra uomo e uomo. Il destino del singolo sarà la prigione dell’incomunicabilità, la solitudine dei propri segni.La presenza della morte ha rivelato l’altra faccia delle cose, ha squarciato il velo dei Maya, il “mondo come volontà e rappresentazione” mostrandoci come tutto è solo una percezione soggettiva e niente possiede la solidità della certezza, della verità, del significato. Niente potrà essere come prima, la vita, l’amore.Sconvolgente, lucido. Un’emozione che parte dal ventre stringendolo in uno spasimo. Una scrittura geniale ed essenziale. Tutto questo è Il corpo e l’abbandono, romanzo a una voce attraverso il quale Walter G. Pozzi è riuscito a discettare del destino dell’uomo, del suo percorso drammatico sulla terra, del suo anelito a una risposta di senso. In breve, un romanzo universale.

Il corpo e l'abbandono: a un passo dalla morte di Silverio Novelli, Avvenimenti

«Quando dico che la mia morte era dentro di me, dico dentro la nostra coppia, dico dentro la mia famiglia, dico dentro il mondo, nell’universo. Morendo avrei lasciato tutto questo, ecco l’abbandono. Non si tratta solo di defilarsi da un corpo – è proprio morire.» Ruota tutto intorno al senso della morte – che ridefinisce i valori e i significati della vita, dunque – questo ambizioso reportage dall’interiorità, narrato col tono severo della confessione da un giovane intellettuale che alla morte si sta inesorabilmente appressando. La confessione è laica e privata, non ha lo scopo di “docere” come quella agostiniana ma contiene comunque una (disarmata) risposta. L’io narrante, cui l’autore presta una voce mesta e dignitosa, che si modula su sintassi scarna e linearità spondaica, talvolta olofrastica e rappresa nello stile nominale, con frequenti compendi aforistici riusciti («I pensieri sono pochi e le teste tante»; «Facciamo: questa è l’unica nostra azione»; «I figli non dovrebbero mai assistere al dolore dei genitori»), stacca progressivamente i contatti con il mondo, con le fonti dell’affanno del vivere: il grande artista amato anche carnalmente, il figlioletto avuto da una donna dalla quale il protagonista si è separato, i genitori incistati nell’incombente vecchiaia, l’umanità stessa che «si muove, si agita, non sta mai ferma». Un abbandono che, tondellianamente, è acquisto di coscienza. Il corpo impara a soffrire mentre il pensiero impara a razionalizzare. Intanto, gli altri corpi destinati a sopravvivere si allontanano. Pozzi descrive le tappe di una via crucis verso la consapevolezza della vanità del tutto - ecco la risposta disarmata - che si concluderà con il ritorno alle antiche radici famigliari. Un viaggio che, cercando di risolversi nell’immersione tra le acque lustrali della fanciullezza, approda a una tormentata forma di trasumanamento.

Il corpo e l'abbandono: un silenzioso tradimento per flirtare con la morte di Giusi Di Lauro, Il Giornale nuovo

Un lento abbandonarsi della scrittura all’evento della morte: questo il senso del libro di Walter G. Pozzi, Il corpo e l’abbandono. Il protagonista, un giovane omosessuale, scopre di avere una malattia mortale. Già dalle prime righe questo evento è preannunciato dallo stile di scrittura, che annuncia i congedi dalle cose. Frasi rarefatte, periodare evocativo, molti spazi bianchi a ospitare il nulla che incombe. E nulla sappiamo del protagonista, neanche il nome. Lo conosciamo lentamente, impariamo che ama l’arte, e che questa passione è nata insieme con quella per un grande pittore. Scopriamo che la sua omosessualità è vissuta come una necessità, un richiamo irresistibile che ha scavalcato anche i suoi tentativi di una vita cosiddetta “normale”. Sposato, un figlio e poi l’incontro con il Maestro. E poi arriva la malattia. Lui, il protagonista, inizia a sottrarsi alla vita, comincia una serie di rituali di saluto che rimangono agli altri incomprensibili. Il ritiro dal mondo viene vissuto nella stessa solitudine che accompagna gli uomini quando nascono alla vita. «Solitudine! E’ un sentimento che non ho mai provato in vita mia, perché so convivere con la mia persona, riesco a sopravviverle senza problemi, e gli altri mi mancano solo come contorno, mai come presenza». E adesso è questa solitudine che lo isola dolcemente dai suoi affetti: la madre «è del suo dolore che mi faccio carico quando taccio loro della malattia, la morte imminente che covo, mamma snaturata». La moglie e il figlio che già soffre di nostalgia del padre. E poi il suo amante a cui tace del suo lento tradimento con la morte. Il congedo dalle persone si accompagna a quello dai luoghi. Chioggia, la città dove ha trascorso gli anni dell’adolescenza, diventa la scena del definitivo addio del corpo alla sua vita. E nella testa una lunga frase di Bernhard: «Ma la domanda è: dove si corre? Io rispondo: da nessuna parte. Si corre per scappare da qualche cosa, ma la si porta con sé. La rabbia, la disperazione, tutto resta all’interno dell’individuo».

 

 

 

seguici sulla ns pagina

La Scuola
La Scuola di scrittura creativa
News
La Scuola di giornalismo d'inchiesta
News
Altri corsi
Altre cose ancora...
I docenti
Il progetto Paginauno

 

Rivista Paginauno
anno XIV, numero 67
aprile/maggio 2020

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

 

 

 

 

Newsletter corsi e iniziative della scuola (inserisci indirizzo email):