| Il
18 ottobre dell'Anno di Grazia 1685 Luigi XIV revocava l'Editto di Nantes.
Centinaia di migliaia di Protestanti francesi, gli Ugonotti, d'improvviso
si trovarono di fronte all'alternativa drastica di andarsene abbandonando
tutto o subire le violenze dei Dragoni del Re fino alla conversione
o alla morte. Molti fuggirono, molti furono trucidati. Luigi XIV impose
le sue decisioni al giovane Vittorio Amedeo di Savoia, Principe di un
piccolo Stato satellite alla Francia. Ma i Protestanti piemontesi, i
Valdesi, unici sopravvissuti in Italia, opposero una strenua resistenza.
E inizi? cos? un'interminabile vicenda di lotte e di fede, di sangue
e di disperazione, di morte e di eroismo. Un romanzo sulla reciproca
comprensione nello scontro di mondi che si odiano. E alla fine del tutto
- della strage e della gioia - l'eterno interrogativo: come affrontare
le infinite ingiustizie della Storia?
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| Milano,
un decennio fa, soffocante preistoria delle crisi successive, delle
illusioni di potere convogliate nell'arresto in massa di Tangentopoli.
L'aria che si respira è quella della fine, nei vagabondaggi metropolitani
dell'io narrante, proiezionista cinematografico per scuole, enti pubblici,
salotti borghesi. Si stabilisce un confronto collettivo, in cui il giovane
percorre le strade del degrado sociale, assistendo in anteprima alla
fine di un'epoca velleitaria. Egli stesso è figlio di un potente
della Prima Repubblica, esiliatosi a Losanna in un lussuoso declino,
ma ancora in grado di domandar servigi ai politici italiani che gli
devono caterve di favori. Il protagonista ha scelto l'isolamento e la
fatica di sbarcare il lunario, il solo modo per confrontarsi col delirio
degli anni ottanta e con le avvisaglie di una società multietnica,
per ora preannunciata dai viados brasiliani e dagli sfruttatori slavi
che operano nelle notti milanesi. L'incontro con Andrea, l'ambigua sudamericana
minacciata dalla bassa delinquenza, e poi con Giulia, la maestrina monacale
che gli garantirebbe un'esistenza qieta e appartata, mettono il giovane
di fronte a scelte inaccettabili. Anche Riccardo, lo psicanalista omossessuale
con cui divide l'abitazione, non riesce a fargli superare lo scoglio
di una crisi ormai istituzionale. Dopo la morte del padre, che lo lascia
erede della responsabilità di una fondazione umanitaria, il nostro
eroe sprofonda nella paura di vedere morire dei suoi malesseri l'intera
società intorno a sè, e sceglie la fuga, lontano dalle
luci ormai spente di una Milano sempre più sconosciuta. Veloce
e privo di autocommiserazione, il romanzo ha un taglio cinematografico
quasi perfetto: nei conflitti personali e pubblici del narratore si
specchia una recente generazione d'esuli incapaci di convivere coi compromessi
e le nuove violenze. Picaresco e un po' nostalgico, l'eroe di Pinardi
è il simbolo di chi - anziché arrendersi - decide di non
stare al gioco. Quella degli anni Ottanta, ricordiamolo, è stata
anche una generazione in fuga.
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