| Scrivere
in Brianza. Walter G. Pozzi
di Azzurra
Scattarella
Vorrei -
Rivista no profit su Monza, la Brianza e tutto il resto
(22 aprile 2011)
Giovanna
Cracco: il progetto Paginauno
di Marino
Magliani
Blog letterario La poesia e lo spirito
(11 gennaio 2011)
Walter
G. Pozzi – Scuola di Scrittura Creativa Paginauno
Marta Traverso
Blog Sul Romanzo
(15
dicembre 2010)
Scuola
di scrittura creativa a Monza, parla l’insegnante-scrittore Walter
Pozzi
di Marta Migliardi
Trantran, mensile di Monza, n. 13
(dicembre
2010)
Altri
destini. Una storia degli anni Settanta
intervista a Walter G. Pozzi
di Giuseppe Ciarallo
Il
filo della memoria dagli anni settanta a oggi.
Incontro con Walter G. Pozzi, già autore de "L’infedeltà"
per parlare del suo ultimo romanzo, degli anni Settanta e dell’importanza
del “saper leggere”.
Sara Dania, Virgilio.it
Due
chiacchiere su L'infedeltà
intervista a Walter G. Pozzi
(giugno 2000)
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Scrivere in Brianza. Walter
G. Pozzi
di Azzurra Scattarella
Vorrei
- Rivista no profit su Monza, la Brianza e tutto il resto
(22 aprile 2011)
L'animatore di Paginauno racconta a Vorrei il suo
mestiere,
l'approccio politico e l'ambiente editoriale
Ho trovato la sua biografia molto ironica e
divertente. Chi l’ha scritta?
Si tratta di un redazionale della casa editrice che ha pubblicato i
miei primi romanzi. La frase “Trent’anni della mia vita
li ho buttati, per altri cinque ho dormito e gli altri, finalmente,
li ho vissuti” invece è mia. Ne vado molto orgoglioso anche
perché nel tempo mi sono accorto di quante persone, quando la
leggono, la trovino adattabile alla propria storia. Naturalmente dicendo
‘buttati’ mi riferisco all’impianto ideologico, frutto
delle imposizioni scolastiche, familiari e sociali delle quali, un po’
come capita a tutti, sono stato inconsapevolmente vittima. Il sonno
degli altri cinque anni posso dire, a mia parziale discolpa, che siano
stati in realtà un periodo di dormiveglia.
Qualcosa che non c’è in essa e
che le andrebbe di condividere.
Leggendola si potrebbe pensare che il processo di miglioramento sia
terminato con l’approdo sulle rive del mondo editoriale. Quasi
si trattasse di un’isola felice. Le cose non stanno proprio così,
al contrario. Quando si parla di editoria occorre sempre precisare quanto
essa sia legata alle dinamiche tipiche del mondo economico e del suo
propellente: il consumismo. Mai come oggi il libro è stato un
oggetto di consumo, deprivato di qualsiasi valore artistico e culturale.
E questo ha prodotto in me un certo disinganno.
Paginauno
rivista culturale e adesso anche casa
editrice. Questa scelta può sembrare ardita in un contesto
macroeditoriale. Eppure qualcosa vi ha convinto ad agire in tal senso.
Senza dubbio un atto politico.
È un atto politico come lo è qualunque azione che ambisca
a inserirsi e a incidere nel tessuto culturale di un Paese. Nel mio
linguaggio tendo a operare una distinzione tra ‘Industria editoriale’
e ‘Casa editrice’, al posto di grande e piccola casa editrice.
Una definizione che nella testa dei profani (buona parte dei quali,
purtroppo, sono lettori) si trasforma in un giudizio di merito.
Nel suo ultimo romanzo, pubblicato a gennaio
2011, lei tratta temi contemporanei, dagli anni di piombo fino a oggi;
i protagonisti sono un giornalista e uno scrittore, chiamati ad avere
una funzione sociale e attiva tramite la loro professione. Potremmo
dire che sente il mestiere di scrivere etico e fondante per la nostra
società?
Diciamo che il mestiere di scrivere è necessario nel momento
in cui riesce a inserirsi (e oggi sarebbe più corretto dire ‘riconquistare’)
in uno spazio dialettico, riconducendo immaginazione e realtà
sul medesimo asse semantico. Un tempo, i romanzi (e i film in alcuni
casi) di scrittori come Sciascia, Volponi, Pasolini, venivano considerati
alla stregua di approfondimenti e riflessioni sulla società,
e come tali erano trattati nel dibattito politico. Oggi la narrativa
ha perso questo tipo di importanza, per colpa sia delle industrie editoriali
che degli scrittori. Troppa ignoranza politica tra la maggior parte
degli scrittori di cassetta.
Azzarderei a dire che condivide il motto nannimorettiano
“le parole sono importanti”. Come si concilia questa vena
con la scrittura creativa?
Non so se sia vero, come lui afferma, che “chi parla male, pensa
male”. Nanni Moretti parla bene, ma condivido molto poco del suo
pensiero. Lui odia la critica alla sinistra che viene da sinistra, e
temo che il mio ultimo romanzo ‘Altri destini’ non gli piacerebbe.
Quando parliamo di scrittura creativa, ci troviamo di fronte a una materia
che mira a conciliare le due forme della creatività legate al
Che cosa dire?, e Come? Ovvero: le parole sono importanti
tanto quanto i contenuti. Ritengo che la ricerca delle giuste parole
sia un mezzo per dire, e mai il fine ultimo della scrittura.
Veniamo alla scuola di scrittura creativa in
cui insegna e per la quale tiene anche altri seminari. Com’è
cresciuta la partecipazione degli studenti del territorio negli anni?
C’è molta risposta. Devo precisare, però, che la
mia esperienza è limitata alla scuola che ho fondato a Milano
e alla mia collaborazione con la biblioteca di Monza, per cui la mia
testimonianza vale per quel che vale. Il successo dei corsi di scrittura
creativa organizzati dalla biblioteca civica, però, credo sia
indicativo di un’esigenza culturale, di una curiosità,
di una domanda (per dirla con il linguaggio mercantile) spesso disattesa
dall’offerta. Una domanda indicativa di un bisogno di spazi di
aggregazione, di confronto con una riflessione che sia ricca di contenuti.
Ciò che avverto è un forte desiderio di acquisire strumenti
non solo per scrivere e leggere, ma anche per riflettere su di sé
e sulla società che ci circonda. Per non essere condannati, per
citare De Andrè, “a viaggiare una vita da scemo nel giardino
incantato” del pensiero unico. Questo, detto in generale. Riguardo
agli studenti credo che vada affrontato un discorso sulla scarsa sensibilità
mostrata dall’istituzione scolastica in proposito. Concentrare
l’insegnamento alla sola storia della letteratura credo sia limitativo
sia per la comprensione di un romanzo, che per la diffusione dell’amore
per la lettura.
Le iniziative letterarie a Milano non sono
mai mancate, ma si può dire che anche il territorio monzese abbia
una certa industriosità. Sempre più spesso ci sono eventi
culturali organizzati in biblioteche, caffè, librerie e si va
dai reading ai bookcrossing. Lei cosa pensa dell’ambiente culturale
di Monza e dintorni?
Non saprei rispondere. Temo di non essere molto informato. Non avverto,
però, tutta questa vivacità culturale. Non a Monza, almeno.
Percepisco piuttosto un grande disinteresse da parte dei suoi cittadini.
Sarei curioso di sapere quanti monzesi leggono più di un libro
all’anno. E quanti in tutta la Brianza. O forse no. Forse è
meglio non saperlo. A ogni modo, questo non vuole essere un giudizio
di merito, ma una considerazione circoscritta alla questione della diffusione
della lettura. Non penso – l’ho pensato un tempo, ma sbagliavo
– che la lettura in sé sia un’attività che
renda una persona migliore e più consapevole – in senso
umano, sociale o politico – di un’altra. Dipende dal ruolo
che si affida alla lettura nella propria vita. E questo vale anche per
la passione di scrivere.
Oggi si parla molto della nuova poetica italiana,
che mette insieme fatti realistici e aspirazioni romanzesche, il cui
paladino sarebbe Roberto Saviano. Lei cosa ne pensa?
La preferisco di gran lunga all’altra, agli eccessi di psicologismo
e a molti gialli che stanno infestando le librerie da alcuni anni a
questa parte. Un modello di letteratura, il romanzo non-fiction, che,
tengo a precisare, esiste da molto prima della notorietà raggiunta
da Saviano, il cui libro contiene parti consistenti di fiction. Senza
per questo nulla togliere alla qualità di Gomorra.
Sia la rivista che la casa editrice hanno un
taglio politico rivolto al presente. Le chiederei quindi un parere da
scrittore, giornalista, cittadino, comune mortale sulle ultime vicende
comunali – scelga lei se parlare del sindaco, di come stanno trattando
la Villa Reale…
L’ingresso dei privati nella cosa pubblica ormai fa parte dell’aria
che respiriamo. Non serve criticare il fenomeno caso per caso. A mio
avviso è il concetto stesso che andrebbe criticato alla radice.
Senza per questo alimentare molte speranze, dal momento che le privatizzazioni
sono da vent’anni un indirizzo politico-economico trasversale
alle parti politiche; e che la società civile, oggi, si rivela
incapace di mobilitarsi in forme autonome e indipendenti dalla politica.
Legge i suoi conterranei?
Se mi sta chiedendo un giudizio sui colleghi scrittori viventi in Brianza,
direi, recuperando il discorso sulla scrittura creativa, che trovo Andrea
Vitali carente riguardo alla componente del Che cosa?, e Sergio
Paoli, che comunque preferisco al primo, mi sembra debole dal punto
di vita del Come?.
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Intervista a Giovanna
Cracco: il progetto Paginauno
di Marino Magliani
Blog
letterario La poesia e lo spirito (11 gennaio 2011)
Paginauno è una nuova sigla editoriale.
L'impressione che dà il nome è di una specie di: voltiamo
la pagina e ricominciamo a parlare delle cose importanti che sono il
narrare.
Ci può raccontare come è nato questo progetto. La figura
di Walter Pozzi, docente di scrittura narrativa e di narratore per Tranchida.
Paginauno, in effetti, è una realtà editoriale che quest’anno
festeggia il suo quinto compleanno. Nel 2007 è nata infatti la
rivista Paginauno,
che si occupa di analisi politica, culturale e sociale, e nel 2010 il
progetto si è ampliato divenendo anche casa
editrice. Il tutto, poi, affonda le radici in una realtà
ancora precedente, quella della scuola di scrittura creativa, nata nel
2003 e che dal 2005 ha preso il nome di Paginauno. È lì
che ho incontrato Walter, nel 2004.
Walter Pozzi è dunque una figura molto importante del progetto.
Perché se è vero che abbiamo fondato insieme la rivista
e la casa editrice, è vero anche che il suo essere scrittore
e docente, la sua esperienza nel mondo editoriale e, soprattutto, il
suo percorso intellettuale, il suo pensiero, sono stati fondamentali,
soprattutto all’inizio, per ragionare e comprendere che cosa volevamo
fare. E sono altrettanto fondamentali tuttora, in un confronto continuo
che la maggior parte delle volte ci trova in sintonia, in qualche caso
su posizioni differenti, ma che sempre arriva a una conclusione costruttiva.
È anzi probabile che la differenza di punti di vista, in alcune
situazioni, abbia arricchito il progetto.
Paginauno è, come lei dice, un nome dalla forte
carica simbolica ed evocativa. Che sia la “prima pagina”
di un’opera di narrativa o di un saggio di analisi, è quello
spazio in cui convergono l’ispirazione, la documentazione, la
riflessione, tutto il lavoro insomma che sta a monte di ogni testo,
per iniziare a divenire scrittura: quel momento in cui i personaggi
di un romanzo iniziano a prendere vita, o le analisi politiche e sociali,
fino a quel momento magari appena abbozzate con la penna su un blocchetto
di appunti, sono “costrette” a darsi un filo logico per
essere comprese anche al di fuori della testa dello scrittore. Uso il
termine scrittore, e non semplicemente autore, non a caso.
Nelle lunghe chiacchierate con Walter Pozzi, tra una birra e una sigaretta,
ci interrogavamo sulle ragioni per cui la narrativa italiana, nella
sua gran parte, fosse divenuta così “ombelicale”:
avesse cioè iniziato a utilizzare uno zoom puntato sul privato,
perdendo la capacità di usare come obiettivo un grandangolo che
fotografasse certamente il personale e l’animo umano, ma inseriti
in un contesto sociale, che è sempre, inevitabilmente, anche
politico: un contesto che ha ricadute, che s’insinua, che pesa,
nel privato, anche in quello di chi voglia con tutto se stesso disinteressarsi
del mondo che lo circonda. Contemporaneamente notavamo come gli scrittori
avessero smesso di far sentire la propria voce nella realtà sociale
e politica italiana: un tempo le pagine dei grandi quotidiani ospitavano
interventi di Pasolini, di Sciascia, di Moravia, di Calvino, di Montale.
Scrittori che non solo non si sottraevano a un dibattito pubblico, ma
che incidevano in tale dibattito, costringendo la società e la
politica a fare i conti con la cultura e così elevando, a mio
avviso, il livello delle argomentazioni.
È nata così l’idea del progetto
Paginauno, articolato in tutte le sue componenti. Una scuola di scrittura
creativa, che nei suoi corsi “spingesse” l’aspirante
scrittore a usare quel grandangolo, per continuare nella metafora cinematografica,
e che negli anni ha ampliato la prospettiva con corsi di sceneggiatura
e di giornalismo d’inchiesta. Una rivista bimestrale, aperta agli
scrittori che volessero riappropriarsi di uno spazio sociale che la
cultura ha perduto, sfidandoli, se così possiamo dire, a tornare
a interpretare la società e le sue evoluzioni – e non si
può dire che siano evoluzioni in positivo, e proprio per questo
c’è bisogno di tornare ad analizzare la realtà con
quelle chiavi di lettura che Pasolini e Sciascia possedevano e che ora
gli scrittori hanno perso. In questi quattro anni di vita, hanno collaborato
con la rivista, o continuano tuttora a collaborare, persone come Felice
Accame, Giorgio Galli, Giorgio Boatti, Davide Pinardi, Claudio Del Bello,
Marco Clementi, Paolo Pozzi, Giorgio Morale, Franco Giannantoni, Paul
Dietschy, Adel Jabbar, Carlo Oliva e tanti altri. Ma la rivista è
aperta anche a chi non è scrittore: basta la serietà e
l’impegno, la passione verso una tematica, la volontà di
approfondirla e di inserirsi in una piattaforma di discussione che si
pone in alternativa alla cultura cosiddetta ufficiale. E infine, è
nata anche la casa editrice, che si inserisce nella chiave di lettura
e nella linea editoriale dell’intero progetto.
Riallacciandomi alla sua impressione, quello che io
e Walter Pozzi abbiamo voluto significare scegliendo il nome Paginauno,
è stato in effetti un “voltiamo la pagina e ricominciamo
a parlare delle cose importanti”: il narrare, certo, inteso come
il riappropriarsi di una narrativa che non si estranei dalla società,
che non fa dell’intrattenimento il suo principale scopo ma rivendica
una partecipazione sociale della scrittura; ma anche l’analisi
saggistica, in tutte le sue componenti: la storia, l’economia,
la sociologia, la politica. E con politica, non intendo mai partitica.
Il manuale operativo di Davide Pinardi, Narrare.
Dall'Odissea al mondo Ikea, è il vostro primo libro. Una
specie di rotta.
Narrare è certamente un manuale operativo, ma non solo:
è anche una profonda riflessione sul concetto della narrazione.
Il saggio è infatti composto da due parti, tra loro strettamente
collegate ma dal diverso taglio. Nella prima, Pinardi riflette sulle
narrazioni, abbattendo un muro: quello che comunemente separa le narrazioni
di finzione – i romanzi, i film, tutto quello che è definito
fiction – dalle narrazioni di realtà – un’analisi
giornalistica, sociologica, storica, economica, una teoria scientifica,
uno scenario finanziario, un progetto di marketing, lo storytelling
politico…
È una riflessione importante, perché
la separazione netta tra invenzione e realtà è quella
che ha sempre permesso la costruzione di narrazioni sociali, storiche,
politiche ed economiche, che vengono assimilate dalla maggior parte
delle persone senza alcun esercizio critico; narrazioni che diventano
collettive e dominanti proprio perché presentate non come narrazioni
ma come descrizioni di dati oggettivi di realtà. E non solo la
parola realtà porta con sé una tale forza che
rende difficile la sua critica, ma il concetto di realtà oggettiva
richiama quello di verità oggettiva. E quando si scomoda
addirittura il concetto di verità, ci viene detto a che cosa
dobbiamo credere.
Nella seconda parte del saggio, quella che si può
definire un manuale operativo, Pinardi mostra quali sono le principali
tecniche base del narrare: un percorso che può essere utile sia
a chi voglia creare una narrazione, per poterla sviluppare al meglio,
sia a chi voglia semplicemente destreggiarsi, valutare, controbattere,
se necessario, le narrazioni di realtà che la società
ci propone, grazie alla conoscenza dall’interno degli strumenti
utilizzati per crearle.
Per questo doppio registro Narrare può,
in effetti, essere inteso come una specie di rotta di tutto il progetto
Paginauno. Quella rotta che va controcorrente, che spinge a sviluppare
un pensiero critico basato sull’approfondimento, l’analisi,
la destrutturazione del pensiero dominante, sia nel campo della narrativa
che in quello della saggistica.
La casa editrice ha esordito con un libro della
collana Saggistica: è l’unica collana in progetto o ne
avete anche altre?
Per il momento, abbiamo due collane: Saggistica e Narrativa. Nomi semplici,
chiari, che individuano i due ambiti. E ora, a gennaio, è uscito
anche il primo libro della collana Narrativa, un romanzo già
pubblicato nel 2003 e che abbiamo deciso di riproporre, dandogli una
seconda vita: Altri destini. Una storia degli anni Settanta,
di Walter Pozzi. È un romanzo che utilizza proprio quel grandangolo
di cui parlavamo prima: vicenda personale e contesto sociale e politico.
È la storia di un uomo, del ritrovamento di un vecchio maglione
sporco di sangue in fondo a un armadio, di ritagli di vecchi giornali
che tornano tra le mani e costringono un figlio a fare i conti con la
Memoria, personale e storica, e con un padre che è stato direttore
di un giornale indipendente negli anni Settanta. Tra presente e passato,
lo sfondo si muove tra l’edonismo, il ripiegamento nel privato
tipico degli anni Novanta, e le vicende dei cosiddetti anni di piombo:
le stragi di Stato, la lotta armata, le manifestazioni, gli scontri
con le forze dell’ordine, la repressione politica e giudiziaria
culminata nel processo 7 aprile. Sono anni con cui l’Italia non
ha ancora fatto bene i conti. È sufficiente vedere che cosa hanno
smosso le manifestazioni degli studenti a Roma contro la riforma Gelmini:
basta un minimo risveglio di conflitto sociale e si torna subito a sentir
parlare di “cattivi maestri”.
Per il futuro, abbiamo in programma la pubblicazione
di alcuni autori stranieri, molto importanti nei loro Paesi e non ancora
conosciuti o poco conosciuti in Italia, e certamente ancora autori italiani.
Pochi titoli l’anno, quattro o cinque, tra narrativa e saggistica,
per poterli seguire bene nel tempo e per non farci fagocitare e poi
espellere da una realtà dominata dall’industria
editoriale, che produce libri come fossero merendine a breve scadenza…
La rivista Paginauno, accanto alla parte dedicata all’analisi
politica e sociale, ha anche pagine riservate a importanti recensioni
letterarie che vi fanno assomigliare un po' a Stilos.
Senza nulla voler togliere a Stilos, la rivista che avevamo
in mente al momento della creazione di Paginauno, e che abbiamo anche
oggi sempre presente come modello, se così vogliamo dire –
e privi di alcuna pretesa di eguagliarla! – è stata Tempi
Moderni di Sartre. Il concetto dello scrittore engagé,
impegnato, ben presente nella sua epoca e nel suo tempo e che prende
posizione rispetto a quanto accade intorno a lui.
Il rifiuto dell’Arte per l’Arte, perché, come scriveva
Sartre nell’editoriale di apertura del primo numero di Tempi Moderni,
il silenzio è un’approvazione. Se lo scrittore si rifugia
nell’arte pura, che oggi può essere individuata anche in
quella narrativa che prima ho definito ombelicale – per quanto
ben poca possa essere definita arte – se si estranea dalla società
e resta muto, non è affatto vero che non prende posizione: contribuisce
a mantenere inalterato lo status quo. Al pari di quei romanzi gialli
stabilizzanti e consolatori che puntuali, nel finale, consegnano alla
legge l’assassino, facendo trionfare la giustizia; romanzi
lontani ere geologiche da un’opera come Todo modo di
Sciascia, per esempio, in cui alla fine non vi è colpevole perché
tutti sono colpevoli, nelle dinamiche di un sistema di potere tenuto
in piedi dal ricatto reciproco.
Questa linea editoriale si riflette anche nelle pagine
della rivista dedicate alla letteratura. I racconti da pubblicare, i
romanzi e i saggi da recensire, vengono scelti tenendo bene a mente
l’idea che la narrativa debba incidere sul tessuto culturale del
Paese. La casa editrice, il nome dell’autore, la risonanza mediatica
che può avere il libro, i premi che può aver vinto, non
hanno alcuna importanza; non incidono nella scelta di recensirlo.
La rivista offre anche la possibilità
di essere acquistata come pdf, che mi pare molto intelligente.
Mi sento di dire che, oggi, una rivista non può fare a meno di
una versione in PDF. La rete sta assumendo sempre più importanza,
e da un certo punto di vista, per fortuna. La realtà italiana
è dominata da pochi grandi gruppi, sia nel campo dell’informazione
che in quello editoriale. La prima è in mano a imprenditori –
non esistono editori puri, i principali quotidiani nazionali appartengono
a persone o aziende che hanno interessi in altri settori economici e/o
politici, è dunque facile immaginare il livello di libertà
e indipendenza di cui può godere la redazione nella scelta delle
notizie da diffondere e della linea editoriale politica – e il
secondo è un’oligarchia, che controlla ogni singolo passaggio
che un libro o una rivista devono superare per arrivare al
lettore: distributore, promotore, libreria.
La rete salta tutto questo, e non è poco. Nel
campo dell’informazione, dà la possibilità di leggere
qualcosa di diverso, analisi alternative a quelle proposte dalla stampa
ufficiale o anche semplicemente la stampa estera. Permette insomma di
allargare gli orizzonti oltre l’edicola sotto casa. E la stessa
cosa vale per il campo dell’editoria. Per quanto la visibilità
di un sito non sia un automatismo, ma passi attraverso complicati meccanismi,
parole chiave, motori di ricerca, esistere in rete dà comunque
molte più probabilità di essere visibili. Il PDF, è
il passo immediatamente successivo. Sfruttare la rete non solo come
una vetrina in più, oltre alla libreria, ma anche come uno strumento
rapido, immediato, un click e via, la rivista è già nel
computer del lettore.
Personalmente fatico a leggere a video con attenzione
e non so rinunciare alla carta, al suo fascino e alla sua materialità,
alla sensazione che mi dà di poter durare nel tempo. Probabilmente
un giorno esisterà un archivio nazionale delle pubblicazioni
elettronico, al posto di quello cartaceo che c’è oggi,
a Roma e Firenze. Ma confesso che l’idea non mi entusiasma. E
poi, sale di biblioteche piene di monitor e prive di scaffali? A volte
immagino un black-out generale, e mi vedo con un libro in mano e una
candela. Ma senza il libro, a che serve la candela?
Ma a parte i miei incubi, la rete è un incredibile medium
e va sfruttata. E quindi non solo il PDF: il sito della rivista (www.rivistapaginauno.it)
è tenuto costantemente aggiornato con gli articoli dei numeri
precedenti, leggibili gratuitamente, e il Creative Commons, la licenza
sui diritti d’autore con cui è pubblicata l’intera
rivista, anche nel formato cartaceo, ha nel web lo strumento ideale
di diffusione.
Quindi la rivista è pubblicata sotto
diritti Creative Commons: come mai questa scelta?
È stata una scelta immediatamente conseguente alla linea editoriale.
L’idea che la cultura, la letteratura, debbano tornare a pesare
nella società, significa che devono essere liberamente fruibili
da tutti. Un articolo deve poter circolare, in un copia-incolla, pubblicato
in un altro sito o in una pubblicazione cartacea, ripreso, citato e
perché no, anche messo in discussione. Così è più
facile che si crei quella piattaforma aperta al confronto e alla riflessione.
Le uniche condizioni di utilizzo del Creative Commons sono quelle di
riportare la fonte e l’autore, non tagliare o manipolare il testo,
e non venderlo: non trarre cioè profitti, da un diritto d’autore
che non pretende, al contrario, alcun profitto. Mi sembra equo. E giusto.
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Intervista a Walter G.
Pozzi – Scuola di Scrittura Creativa Paginauno (Milano)
Marta Traverso
(blog
Sul Romanzo, 15 dicembre 2010)
Buongiorno,
vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale
che l’ha portata a insegnare teoria e tecniche di scrittura.
È
stata fondamentale la pubblicazione del secondo romanzo, “L’infedeltà”,
nel 2000. Pochi mesi dopo l’uscita, la Biblioteca di Monza mi
ha contattato per chiedermi se fossi interessato a tenere un corso di
scrittura creativa. Accettare significava compiere una scelta spericolata.
Scrivere e pubblicare non significa automaticamente essere in grado
di trasmettere le proprie conoscenze ad altri. Nemmeno significa averne
di specifiche. Oltretutto mi rendevo conto che affidarmi alla sola mia
esperienza di scrittore mi avrebbe permesso, sì e no, di organizzare
un paio di lezioni. Fiato un po’ troppo corto per un percorso
che sarebbe dovuto durare dieci lezioni. Tuttavia ho accettato, senza
sospettare di stare accingendomi a imparare un mestiere che mi avrebbe
arricchito umanamente e come scrittore. Da allora non ho più
smesso di studiare le tecniche della narrazione e di riflettere sul
significato della scrittura. Un arricchimento personale cui hanno contribuito
in maniera importante le lunghe chiacchierate in casa editrice con altri
autori, soprattutto – e mi duole dirlo – con quelli stranieri.
Dopo Monza, altre biblioteche mi hanno contattato per tenere laboratori
di scrittura – a Vedano, Verbania, quest’anno ho avuto anche
l’interessante esperienza di insegnare in Lussemburgo –
e soprattutto è maturata l’idea, nel 2003, di fondare una
scuola di scrittura creativa strutturata su più livelli di approfondimento.
Perché una persona potrebbe o dovrebbe imparare tali tecniche?
Perché la sola capacità di scrivere in maniera
sicura e sciolta non basta per scrivere un buon racconto.
Tra le mie attività c’è anche quella di
direttore editoriale di una rivista di analisi politica, sociale e culturale
(“Paginauno”)
che riserva uno spazio alla pubblicazione di racconti inediti. Mi capita,
quindi, di leggere un numero rilevante di elaborati provenienti da ogni
parte d’Italia. Posso quindi testimoniare quanto gli italiani
amino scrivere e che, nel complesso, sappiano farlo anche piuttosto
bene. È anche vero, però, che la percentuale di racconti
validi, pubblicabili cioè, alla resa dei conti è molto
bassa. Guarda caso, difettano di tecnica. Sono privi di conflittualità,
di una forma narrativa e di quella potenza evocativa e metaforica che
racconti e romanzi devono possedere.
Per rispondere, quindi, alla domanda, potrei dire che prima ancora di
imparare la tecnica, un aspirante scrittore deve farsi una ragione riguardo
al fatto che esista una tecnica. Cosa che vale per tutte le forme della
narrazione umana, che si chiamino giornalismo, cinema, pubblicità
o letteratura.
Quanti suoi allievi sono riusciti a pubblicare una loro opera?
Racconti, tanti. In questo momento sto seguendo tre ex allievi
che sono alle prese con il loro primo romanzo. Visto che sono socio
di una casa editrice, posso dire, con un certo margine di sicurezza,
che se continuano così riusciranno a pubblicarlo. Senza dover
versare alcun contributo, naturalmente. Altrimenti non vale. Una casa
editrice che chiede soldi a un autore per pubblicarlo, sotto qualsiasi
forma, anche l’acquisto di un certo numero di copie dell’edizione,
non è seria; personalmente non la ritengo nemmeno una casa editrice.
Crede che per pubblicare con una grande casa editrice conti più
il merito o la “conoscenza” di “qualcuno”? Quali
percentuali fra le due?
Credo che contino entrambi, ma è impossibile stabilire
una percentuale. A mio modo di vedere, una buona entratura concede all’autore
la possibilità di essere letto. Il che è già molto,
ma non è tutto. Perché se il romanzo non ha valore (non
necessariamente inteso in senso letterario; più spesso il criterio
di valutazione è commerciale), difficilmente, malgrado la conoscenza,
viene pubblicato. Ma senza quella conoscenza, il merito ha ben poca
forza all’atto pratico.
È corretto dire, però, che con un piccolo editore le cose
non vanno molto diversamente. Pur ammettendo eccezioni in entrambi i
casi.
Un piccolo inciso: ho notato che la sua domanda fa riferimento a una
grande casa editrice. Io utilizzo una diversa distinzione in riferimento
alla realtà editoriale, e alla dicotomia grande/piccolo (editore),
preferisco l’antitesi industria editoriale/casa editrice. Perché
ho notato che nella testa delle persone, quando si parla di editori,
grande e piccolo equivalgono a giudizi di merito e di qualità.
Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?
Mi rendo disponibile laddove vedo impegno. Il mio sogno è
che i miei allievi diventino presto miei colleghi. Su un altro fronte,
cito, consiglio e adotto ai miei corsi romanzi di autori che ritengo
validi e ignoro totalmente gli altri, indipendentemente dalla risonanza
del nome dello scrittore, dai vari premi letterari, dalla casa editrice.
Che cosa pensa delle scuole di scrittura creativa italiane se riflette
in termini di qualità?
In questo caso, mi spiace, ma non ho la necessaria conoscenza
che mi consentirebbe di rispondere con competenza. A volte mi viene
la curiosità di frequentare un corso di scrittura creativa, anche
per entrare in contatto con modelli di insegnamento e programmi diversi
dal mio. Quando mi si libererà una sera, chissà!
Ritiene che blog come Sul Romanzo possano essere utili in tale senso
e quali sono i rischi all’orizzonte per proposte on line?
Mi piacerebbe dire che tutto serve, ma non ne sono davvero
convinto. Il rischio che corrono molte di queste proposte è quello
di un’eccessiva semplificazione della materia. Oltre a quello
determinato dall’inevitabile distanza che separa l’allievo
dall’insegnante. Mi riferisco in particolar modo ai corsi on line,
dove sento mancare soprattutto l’elemento umano. Forse per un
mio limite, forse per mia formazione o perché penso all’antica,
tendo a dare molta importanza alla presenza fisica dell’insegnante,
a una presenza continuativa. Mi fa piacere quando un allievo digita
il mio numero di cellulare per chiedermi un consiglio di lettura o per
andare avanti con il proprio racconto; così come mi piace trattenermi
con gli studenti una volta terminata la lezione, magari davanti a un
pizza. La psicologia dell’aspirante scrittore (non diversamente
da quella dello scrittore professionista) è molto simile a quella
dell’atleta: passa da momenti di euforia e di grande motivazione,
a periodi di scoramento e di fragilità. Per questa ragione sono
convinto che la presenza di un insegnante, che sia anche collega e amico,
sia molto importante.
La mia impressione è che in un contatto on line non ci si possa
mai mettere in gioco completamente e con sincerità. Quando vedo
rapporti mediati unicamente da un computer, mi torna sempre in mente
una considerazione poetica di Saramago: “Una e-mail non arriverà
mai bagnata da una lacrima”.
Escluso lei, ci indichi qualche nome di insegnante di scrittura creativa
in Italia che reputa professionale e originale, anche in ambito accademico.
Non ne conosco tanti. Ho stima di Davide Pinardi di cui ho
apprezzato molto il saggio “Narrare – dall’Odissea
al mondo Ikea”. Non a caso, come socio di una casa editrice, ho
contribuito attivamente alla sua pubblicazione.
Quale consiglio darebbe a una persona che sta decidendo come valutare
la serietà di un corso di scrittura creativa, non universitario.
Io mi limiterei a valutare pochi punti importanti prima di
iscrivermi a un corso: che abbia un progetto ben definito (diffido sempre
di chi non ne ha uno); che non sia un insieme di seminari, bensì
un corso vero, di scrittura, tenuto da un solo insegnante, sempre lo
stesso, che valuti i racconti degli allievi (diffidare, quindi, dei
programmi conditi con molti nomi di docenti – anche se di scrittori
noti: li si vede una volta e poi più); che abbia un numero limitato
di partecipanti (da 10 a 15, al massimo). Poi, per esperienza, posso
dire che un corso breve difficilmente può bastare, o meglio:
dipende da che cosa si prefigge una persona. Se scrivere è un
piacevole hobby, e magari la lettura una passione, poche lezioni possono
bastare per acquisire una tecnica base sufficiente sia per scrivere
sia per leggere con un po’ più di consapevolezza e padronanza.
Ma se la scrittura è una passione, la strada da percorrere è
certamente più lunga. Per questo ho voluto strutturare la mia
scuola di scrittura creativa su più moduli: un breve corso iniziale
di dieci lezioni e due moduli successivi. L’allievo può
scegliere se continuare o fermarsi, in base alle sue esigenze.
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Scuola di scrittura creativa
a Monza, parla l’insegnante-scrittore Walter Pozzi
di Marta Migliardi
(Trantran,
mensile di Monza, n. 13, dicembre 2010)
Ci incontriamo una fredda mattina di Novembre in Piazza
Trento e Trieste, a Monza, a pochi passi dalla Biblioteca Civica dove,
da qualche anno, lo scrittore Walter Pozzi tiene dei laboratori di scrittura
creativa. Mi sembra importante parlarne perché, spesso, si hanno
opportunità straordinarie sotto il naso e non si vedono, perché
c’è sempre, purtroppo, il brutto vizio di divulgare poco
iniziative di stampo culturale. Io stessa, che vivo in Brianza da trent’anni,
prima di intraprendere questo lavoro nel giornale ero all’oscuro
che, affianco del Liceo Bartolomeo Zucchi, esistesse la possibilità
di frequentare corsi di scrittura, oltretutto gratuitamente. Un’ottima
occasione per tutti voi lettori che spesso ci scrivete racconti e ci
chiedete consigli. Perché scrivere è un arte, una passione,
ma anche un mestiere che va affinato e curato con la costanza e l’informazione.
L’intervista non si svolgerà quella stessa mattina: il
fato ha voluto giocare su un incontro non avvenuto quando, anni fa,
a Milano frequentavo anche io una scuola di scrittura da dove l’insegnante
Walter andò via lo stesso anno in cui io decisi di iscrivermi.
Scusate la digressione, ma io avevo già conosciuto Walter attraverso
i racconti dei suoi ex allievi e attraverso ardite trame degne di un
romanzo Tolstojano. Una personalità descritta coloratamente,
nel bene e nel male, e che, ampliando il ragionamento mi ha convinta
che anche scrivere è destino. Come il pianoforte per il musicista,
come la tela per il pittore. Avete presente l’odore dei libri
e della carta?
“Trent’anni della mia vita li ho
buttati, per altri cinque ho dormito, e gli altri, finalmente li ho
vissuti”, raccontaci, in primis, chi è Walter Pozzi?
La frase, per quanto brutalmente riassuntiva, caratterizza molto il
mio percorso intellettuale. Trent’anni sono quelli vissuti nel
condizionamento, legato all’educazione familiare e all’addestramento/indottrinamento
scolastico. Devo ammettere che uscirne non è stato facile, soprattutto
dall’ampia serie di condizionamenti imposti dalla disciplina e
dalla logica scolastiche. Comprendere che la vera funzione della scuola
è quella di porre (e di imporre con ‘violenza’ attraverso
la dinamica del voto e della promozione) agli studenti le basi culturali
e gli automatismi di ragionamento di qualunque loro futuro percorso
di pensiero, di scoperta del mondo e di crescita, è stata la
più grande sfacchinata della mia vita. In questo percorso di
coscienza mi hanno aiutato il fatto di non essere stato uno studente
modello – ha contribuito una certa attitudine all’indisciplina
ereditata da mio padre – e alcuni incontri importanti, tra i quali
quello con il mio primo editore e il confronto con scrittori conosciuti
in casa editrice. Nel frattempo ho scritto e pubblicato tre romanzi
e ho cominciato l’attività, che svolgo tuttora con piena
soddisfazione, di insegnante di scrittura creativa, in corsi presso
la biblioteca di Monza e nella scuola che ho fondato nel 2003 a Milano.
Quest’ultima è una realtà articolata, un progetto
che nel tempo si è approfondito e ampliato: al corso focalizzato
sull’arte del romanzo, infatti, modulato su più livelli
di approfondimento, si è affiancato un corso di sceneggiatura,
tenuto da Davide Pinardi, e sto organizzando un corso di giornalismo
d’inchiesta che partirà il prossimo anno.
Ho letto che sei stato un istruttore di tennis,
uno sportivo quindi, come sei arrivato dalla racchetta alla penna?
Quella del tennis è stata una passione giovanile che mi ha tenuto
compagnia fino ai trent’anni, e devo dire che l’agonismo
è stato una buona palestra. Mi riferisco in particolar modo alla
componente psicologica di questo sport. Nella fatica del corpo e nel
confronto con l’avversario, l’impegno della mente diviene
un supporto fondamentale. Si impara a conoscere i propri limiti e a
superarli. La partita è un corpo a corpo estenuante con l’altro.
Sia dal punto di vista fisico che strategico: un’esperienza di
poco più di un’ora che ti costringe a conoscere il tuo
avversario (sotto il profilo sportivo: tecnico, quindi, e psicologico)
molto in profondità.
Sostituendo la racchetta con la penna, mi sono reso conto che la differenza
tra un atleta e un artista non è poi molta. Non ci si dà
meno durante la stesura di un romanzo o di un racconto. Anche qui è
un rapporto a due molto conflittuale. Il libro, così come l’avversario,
diventa una sorta di doppio che a volte conquisti e altre volte ti sfugge.
Ammetto tuttavia che la componente intellettuale, assente nello sport
(in cui il gesto tecnico mira all’automatismo, quindi, a svuotare
la mente), rende la scrittura un’esperienza unica e profondamente
formativa per un individuo. Uno scrittore è un essere affamato
di sapere, di realtà, di vita. E in più, rispetto all’atleta
agonista, non mira ad abbattere un avversario e non ha ambizioni competitive,
bensì fa del confronto un’esperienza formativa da condividere
con la collettività.
Domanda simbolica: Federer o Nadal?
Federer è tecnica e strategia mentre Nadal è resistenza
e tenacia. Occorrono entrambi nel bagaglio di uno scrittore.
Parliamo del tuo corso di scrittura presso
la Biblioteca Civica di Monza, come si insegna a scrivere? La scrittura
è un dono, un istinto o un mestiere che si può imparare?
Alla Biblioteca civica di Monza e alle persone che vi lavorano devo
moltissimo. Sono quindi legato ai corsi della biblioteca per una questione
affettiva oltre che professionale. È proprio alla civica che
ho iniziato l’attività di insegnante, nel 2000.
La scrittura è un dono, di sicuro, ma anche mestiere e tante
altre cose. Difficilmente si diventa bravi scrittori senza possedere
degli strumenti di analisi della società in cui si vive. Senza
sapere che noi, in quanto individui che si relazionano e che agiscono,
produciamo significati. In qualunque momento della nostra giornata:
dalla scelta dei vestiti a quello che diciamo. E avendo la scrittura
a che vedere con il comportamento umano, con il vivente, inevitabilmente
mette in scena un’interpretazione dell’esistente, si inserisce
nel tessuto culturale (e, quindi, sociale), contribuendo alla formazione
di modelli e di analogie nella testa del lettore. Per questo, scrivere
è un atto di profonda responsabilità.
Per scrivere, quindi, occorre avere alle spalle un’importante
formazione intellettuale.
La tecnica, per rispondere alla domanda, è, a sua volta, molto
importante, e il suo insegnamento è ciò di cui mi occupo.
Il dubbio che circonda le scuole di scrittura creativa è se si
possa insegnare a scrivere. La mia risposta, per forza di cose, è
sì.
Tra le mie attività, una parte rilevante è quella di direttore
editoriale di una rivista di analisi politica, sociale e culturale,
Paginauno, che riserva uno spazio alla pubblicazione di racconti inediti.
Mi capita, quindi, di leggere molti elaborati inviati alla redazione,
la maggior parte dei quali, purtroppo, per quanto ben scritti, non sono
pubblicabili. Difettano proprio da un punto di vista tecnico. Sono privi
di conflittualità, di forma narrativa e di potenza metaforica.
Per un’opera di narrativa è un bel guaio.
Ecco, potrei dire che un corso di scrittura creativa, prima ancora di
insegnare la tecnica, deve fare comprendere a un aspirante scrittore
che esiste una tecnica. Che scrivere non ha nulla a che vedere con la
scrittura sciamanica o con l’ideale romantico dello scrittore
seduto sotto una pianta, catturato dalle suggestioni di un bel paesaggio,
in attesa dell’ispirazione. Emozioni, osservazioni, sentimenti,
ricordi, alla fine devono essere canalizzati all’interno di un
costrutto narrativo. Un concetto valido per tutte le forme della narrazione
umana, che si chiamino giornalismo, cinema, pubblicità o letteratura.
Tecnica o cuore, o entrambi?
Entrambi, intendendo per cuore la sincerità, la voglia di darsi,
di entrare nella pagina con il proprio portato emozionale. Scrivere
è anche trasporto, è immedesimazione, transfert. Uno scrittore
che, in questi termini, non è sincero, non vale granché.
Quando e come è possibile iscriversi
ad uno dei tuoi corsi?
Semplicissimo: è sufficiente telefonare alla Biblioteca di Triante,
a Monza, e chiedere di iscriversi al prossimo corso che inizia a fine
gennaio. Si tratta di un laboratorio di scrittura e di lettura aperto
a tutti e gratuito. Meglio di così…
Per quanto riguarda i corsi della scuola a Milano, invece, sul sito
si trovano tutte le informazioni.
Dai un consiglio ad uno scrittore esordiente…
Di non avere fretta di pubblicare, perché l’aspetto più
importante di questo mestiere è il rapporto con quello che si
scrive. La pubblicazione, semmai, è un problema di poi. D’altronde,
quello dello scrittore non è certo un lavoro che dia fama o denaro,
o, almeno, non lo si intraprende per queste ragioni. È un’arte,
e, quindi, una passione. Una profonda relazione con se stessi, e, solo
in un secondo passaggio, con gli altri. Un altro consiglio è
quello di applicarsi con costanza alla scrittura. Mettercisi sopra il
più spesso possibile, tutti i giorni. Allora sì che diventa
un’esperienza unica, inimitabile e sempre irripetibile. Ma se
non si tratta di una priorità della propria vita, tanto vale
lasciar perdere.
Case editrici a pagamento: una realtà dovuta alla reale
crisi dell’editoria o sciacallaggio a discapito di giovani scrittori?
La seconda delle due. Un editore deve investire economicamente sulla
letteratura. Questo è un altro consiglio che posso dare: non
pagate per pubblicare libri! Un editore serio si occupa dell’editing,
della stampa (ovvero, se ne accolla le spese) e deve avere un contratto
con un’agenzia che si occupi della promozione e della distribuzione
dei libri. Altrimenti non è un editore, bensì uno che
guadagna senza fare fatica a scapito della cultura, sfruttando l’ansia
di pubblicare e l’ambizione di un aspirante scrittore divorato
dal desiderio di vedere il proprio nome stampato sulla copertina del
proprio romanzo. Finirà per ritrovarsi con un prodotto editoriale
che non andrà mai in libreria e che, in compenso, avrà
alleggerito il suo portafoglio.
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Altri destini. Una storia
degli anni Settanta
di Giuseppe Ciarallo
Con i tuoi primi due romanzi, Il corpo
e l’abbandono e L’infedeltà, ci avevi
abituato a una dimensione del romanzo quasi intimista, dove la tua attenzione
era puntata sulla vita interiore, a volte segreta dei vari personaggi;
un’indagine psicologica tesa a scandagliare, con fredda determinazione,
i comportamenti dei tuoi protagonisti. Nel nuovo lavoro tutto questo
viene diluito in una visione più ampia; la piccola storia (“piccola”
intesa come personale) di singoli individui, inserita nel crogiolo della
grande Storia, quella con la maiuscola, la storia di una nazione, di
un’epoca, dell’intera umanità. Un cambiamento di
rotta, questo, che i lettori non potranno non cogliere. È solo
una parentesi la tua oppure è cambiato qualcosa in te, come scrittore
e ancor prima come uomo?
Altri destini è un romanzo diverso da L’infedeltà,
esattamente come quest’ultimo apparteneva a una concezione di
scrittura assai lontana dal precedente Il corpo e l’abbandono.
È una considerazione valida soprattutto se si ragiona su una
cifra stilistica. Credo però che da un punto di vista tematico
non sia totalmente esatto definire il cambiamento operato in Altri
destini come un mutamento di rotta o, eventualmente, una parentesi.
Al termine di questo terzo romanzo è stato per me inevitabile
cominciare a tirare le somme per comprendere i meccanismi messi in moto,
anche come individuo, dall’attività di scrittore. Mi sono,
così, reso conto di avere attraversato, con i miei personaggi
e le mie storie, diversi stadi dell’essere, e di avere tracciato
una sorta di tragitto umano. Voglio provare a riassumerlo.
Ne Il corpo e l’abbandono il giovane protagonista malato
e destinato alla morte è costretto a uno stringente confronto
con l’idea della propria scomparsa. Il corpo è diventato
improvvisamente la sua prigione; una struttura detentiva priva di carcerieri
e di sbarre nella quale non esistono verità in grado di garantire
un conforto. Si muore, e basta. L’antagonista è la condizione
umana che relega l’individuo in un contenitore di carne, muscoli
e nervi, ponendolo in balia dei suoi funzionamenti.
Il romanzo seguente, L’infedeltà, sposta l’attenzione
su un altro tipo di prigione, quella del condizionamento sociale. I
personaggi, due coppie di innamorati, vivono nella necessità
di compiere delle scelte, esattamente come accade a chiunque di noi.
Passano gli anni, e un giorno si accorgono di avere sbagliato tutto.
Nasce allora un confronto con se stessi, e con gli altri, che sfocia
nell’analisi del concetto di infedeltà (intesa nella sua
accezione più vasta); quella zona d’ombra in cui sono costretti
a muoversi, per sopravvivere, tutti gli esseri umani nel confronto con
l’altro. L’infedeltà quindi diventa un modo di evadere
dalla prigione dei condizionamenti sociali ed etici che, con la loro
pressione, conducono a scelte obbligate. Che so, mi viene a mente, come
esempio, l’istituzione familiare.
In questo senso Altri destini diviene una sorta di compimento
delle tematiche già espresse nei precedenti due romanzi. È
la Storia, come dicevi tu, a entrare prepotentemente nella vita dei
personaggi, schiacciandoli senza pietà. Il carcere di massima
sicurezza in cui viene rinchiuso Max Zeri, diventa una reclusione fisica,
ma soprattutto mentale. Qualcosa di più della malattia che affliggeva
il personaggio de Il corpo e l’abbandono, durante la quale, almeno,
era padrone di riflettere liberamente su di sé e sugli altri.
In Altri destini però ritengo sia importante comprendere
gli argomenti nascosti attraverso i quali le moderne forme occidentali
di potere occupano gli spazi, anche i più intimi e personali,
dell’individuo. E per farlo occorre seguire un percorso a ritroso
che affonda nell’essenza stessa del sapere umano e che solamente
chi scrive può intraprendere ed evidenziare.
Il primo passo è la denuncia di quella che io chiamo la “presa
del Vocabolario”. Ogni forma di potere, nell’ambito di ciò
che definiamo con molta leggerezza “società democratica”,
per prima cosa s’impossessa del linguaggio, attribuendo i significati
a concetti astratti quali Libertà, Democrazia, Famiglia, Patria,
Guerra, Pace, Cultura. Senza che ce ne accorgiamo, vengono cambiate
le definizioni di parole che rappresentano le colonne portanti del vivere
quotidiano, archetipi di fronte ai quali qualunque discussione viene
impedita. Così che la parola possa essere utilizzata per nascondere
i concetti, invece di rivelarli. Consultando un vecchio vocabolario,
mi sono divertito a notare il cambiamento di significato del termine
“idealisa” dal 1972 a oggi. Il confronto è stato
particolarmente illuminante perché mi ha mostrato in che maniera,
cambiando il significato alle parole si possa cambiare il senso del
mondo. Nel 1972 l’idealista era un individuo “mosso da un
alto fattore”; oggi è una persona che “insegue sogni
irrealizzabili”. E su questo dovrebbe riflettere chi scrive, invece
di perdere il proprio tempo su noiosissimi romanzi di genere.
I protagonisti del tuo romanzo sono Max e Roman
Zeri. Padre e figlio. Leggendo velocemente il nome di quest’ultimo,
non può sfuggire l’assonanza con la parola “romanziere”.
Considerando che il lavoro di Max è il giornalismo e quello di
Roman la scrittura, viene da pensare che non si tratti di un caso.
Infatti non lo è. Padre e figlio, a parte una veloce parentesi
al centro del romanzo in cui Roman è trentenne, entrano in scena
a venticinque anni di distanza l’uno dall’altro, quando
hanno quarant’anni. Simbolicamente assistiamo a un passaggio di
testimone che il figlio fatica a raccogliere. La sua appare immediatamente
come un’impresa difficile, perché non sa e, forse, perché
non è completamente disposto a conoscere e ad accettare fino
in fondo l’eredità morale che gli viene trasmessa. Non
è un caso che Max, il padre, sia un giornalista e Roman uno scrittore.
Il cronista ha il compito di informare dell’attualità ,
della vita di ogni giorno, legato com’è da un punto di
vista professionale alla notizia. Al contrario lo scrittore interviene
a clamori smorzati. Si siede, inforca gli occhiali, raccoglie e, se
ne ha le capacità, rende duraturo, restituisce vita alla vita,
tempo al tempo, a quel “sempre presente” che ingloba in
sé la dialettica superficiale del divenire: passato/presente/futuro.
Purtroppo, Roman è coinvolto in maniera personale, e da questo
nascono le sue difficoltà.
Tema centrale del libro è indubbiamente
la Memoria. La memoria vista come un esercizio da praticare
costantemente, per mantenere viva l’attenzione onde evitare gli
errori/orrori del passato. La memoria avvertita come un dovere , come
un sentire da tramandare, al pari di un testimone (che nome azzeccato
per un semplice bastoncino di legno!) di generazione in generazione.
Il tuo romanzo tratta di un periodo storico un po’ scomodo, raramente
visitato in letteratura, quello dei cosiddetti “anni di piombo”,
del terrorismo, della teoria degli opposti estremismi, argomento questo
poco “nobile”, facilmente travisabile rispetto a già
metabolizzati momenti quali la Resistenza, la Shoah ecc.; ecco, per
te, che ruolo può avere la Memoria in un’epoca difficile
come la nostra, un’epoca in cui sta prendendo pericolosamente
piede la pratica del revisionismo storico teso a negare orrori ampiamente
documentati, a confondere le vittime con i carnefici, a banalizzare
e ridicolizzare la sofferenza e i destini di milioni di individui stritolati
dagli ingranaggi disumani della Storia?
Alla fine torniamo ancora alla presa del Vocabolario. Tu parli
di memoria, e ci accorgiamo immediatamente che non sappiamo più
di cosa stiamo parlando esattamente. O meglio, tu e io lo sappiamo perché
siamo legati da una certa affinità e perché comunichiamo
nella stessa “lingua”; per cui quando diciamo Olocausto
sappiamo di parlare della stessa cosa. Eppure, discutendone anni dopo
(al momento quindi della memoria), quando anche l’ultimo testimone
non c’è più, potremmo trovare tre persone che ne
parlano con intenti diversi l’uno dall’altro. Il primo ne
negherebbe l’esistenza, il secondo l’affermerebbe per tenerne
vivo il ricordo così che gli orrori non si ripetano mai più,
e il terzo, se ne approprierebbe usandolo per propri fini. La domanda
quindi ritorna: di quale memoria parliamo? Chi ha in mano il vocabolario?
Il revisionismo in fondo non è un’esclusiva di questa epoca
ma un fenomeno prodotto dal concetto stesso di storia, dalla sua malleabilità
e, di conseguenza, della sua interpretabilità. Sappiamo bene
quanto la politica faccia uso dei paradigmi storici. Ciò non
rappresenta necessariamente una buona ragione per non prendere posizione,
e per chi scrive il modo migliore per farlo consiste nel ripercorrere
i fatti, mostrandoli così come sono avvenuti. E poi, a chi tocca
il compito della memoria? La risposta in Altri destini è:
ai Roman Zeri. Se devo sapere cos’è stato il fascismo leggerò
dei saggi storici, ma mi affiderò anche ai romanzi dell’epoca.
Leggerò Cronache di poveri amanti di Pratolini, Il
partigiano Johnny di Fenoglio… Il buon romanzo ha la forza
di puntare il proprio fascio di luce sull’uomo tenendone sotto
controllo la temperatura. In realtà, la letteratura è
l’unica vera forma di coscienza dell’umanità, una
possibilità per essa di specchiarsi, creare analogie e accorgersi
del suo stato. Il check-up che gli permette di curarsi prima che sia
troppo tardi. Per questo ritengo che in futuro avremo sempre più
bisogno della narrativa. Non di tutta, certamente; e nella ricerca dei
buoni libri di sicuro non ci aiuterà il prepotente affermarsi
dell’industria editoriale con il suo asservimento alle dinamiche
commerciali. Ma chi vorrà sapere avrà modo di soddisfare
il proprio bisogno.
Per cui la morte del romanzo è ancora
molto lontana.
Sicuro. Sono le forme del potere a desiderarne il decesso. Chi gestisce
il sistema – con la complicità di scrittori e case editrici
– che, depauperizzandolo, lo concepisce solo come forma di evasione
e di distrazione. Per cui hai ragione quando affermi che la memoria
va avvertita come un dovere. Mi fa piacere che tu dica che Altri
destini punta lo sguardo sui cosiddetti “anni di piombo”.
Tratta di un episodio volutamente dimenticato e ignorato da politici,
storici e scrittori, e sceneggiatori, rei in questi trent’anni,
di avere sempre trattato gli anni Settanta con polsi e gambe tremanti.
Fiumi di parole; eppure, in realtà, nessuno ha ancora avuto il
coraggio di compiere un’operazione di igiene mentale: allontanarsi
dal linguaggio del regime e di schieramento per comprendere, per raccontare
veramente quegli anni. Chi scrive ha il dovere della lucidità
e del distacco. Per lo scrittore vero non esiste differenza tra il sublime
e l’abietto. Yeats scrisse che “abbiamo nutrito il cuore
di fantasie, e quel cibo ha reso il cuore brutale”. Tanto più
scendi in profondità, tanto più la verità appare
orribile. Contrariamente a quanto si pensa, per fare chiarezza occorre
spostarsi dalla luce al buio, non il contrario.
In molti mi hanno chiesto perché scrivere oggi un romanzo sugli
anni Settanta. Un’osservazione del genere denota proprio l’idea
che su quel periodo la storia abbia ormai detto tutto. Ma nel momento
in cui Gasparri può in Parlamento auspicare un nuovo processo
7 aprile (tra l’altro collocandolo nel 1978, invece che l’anno
seguente), senza sollevare indignazione né nel mondo politico
né in quello intellettuale, capiamo fino a che punto l’Italia
sia un Paese incapace di fare i conti con la propria storia; nonché
il livello di ignoranza, se non di malafede, in cui vive l’intellettualità
ufficiale. Ecco perché pubblicare un romanzo su quel periodo.
Altri destini mostra proprio quale funzione svolgano processi
come quello del 7 aprile 1979.
In Altri destini ho cercato di limitarmi a mostrare le cose
così come sono accadute, che sia il lettore a giudicare in piena
autonomia; che veda ciò che la televisione non ha trasmesso e
che legga ciò che i giornali non hanno scritto. E capisca la
gravità delle parole di Gasparri.
Già nel 2001, dopo i tragici giorni
del G8 di Genova, ma ancora oggi, se si pensa alle proteste degli studenti
a Roma, è emerso il tanto preoccupante quanto incomprensibile
silenzio, salvo pochissime eccezioni sorte dal mondo della cultura non
ufficiale, di un’intera classe di artisti e intellettuali del
nostro Paese. Un silenzio che pesa come un macigno vista la portata
dei recenti provvedimenti che vanno a incidere su tutti gli ambiti della
nostra vita comunitaria: dalla cultura alla giustizia, dalla sanità
alla scuola, dai servizi sociali all’esercizio dei più
elementari diritti individuali. Cosa ne pensi del ruolo degli intellettuali
in una società come la nostra? È lecito che uno scrittore
si rinchiuda nel suo piccolo mondo e si limiti a scrutare l’esterno
con una sorta di distacco o ha il dovere morale di intervenire, di denunciare
all’occorrenza, di essere testimone e coscienza critica della
sua gente?
Nel silenzio di cui parli non ho visto alcunché di nuovo. E gli
intellettuali, quei pochi, che adesso si sbracciano, qualche anno fa
tacevano davanti alle nefandezze che anche i governi del centro-sinistra
mettevano in pratica (l’introduzione della flessibilità
lavorativa, i bombardamenti sui civili in Kosovo, lo sdoganamento dei
tangentisti, l’indifferenza di fronte al conflitto di interessi
di Berlusconi…). E questo silenzio a cosa era dovuto? Il problema
dell’intellettualità italiana ha radici antiche e risale
al concetto di corte. I protagonisti della cultura italiana sono fondamentalmente
cortigiani. Ma per fortuna esistono anche scrittori che dissentono dalle
dinamiche del potere, quale che esso sia; il problema è che non
è dato loro modo di accedere ai grandi mezzi di comunicazione.
L’ordine culturale è un nucleo serrato come un pugno, una
sorta di corporazione alla quale si accede solamente passando dall’interno.
Per questo li sentiamo insorgere quando vengono privati di un privilegio
o quando viene attaccata la loro fazione. Non è così che
può funzionare. L’intellettuale deve essere un nervo scoperto
della società. Con un governo di destra deve porsi a sinistra,
con un governo di sinistra deve stare ancora più a sinistra.
Quali sono, secondo te, i doveri di un intellettuale?
Conservare la libertà, criticare senza riserve le idee preconcette,
rifiutare ogni alternativa troppo semplicistica e restituire i problemi
alla loro complessità.
Per scrivere il tuo romanzo Altri destini,
avrai senz’altro passato molto tempo a scartabellare tra giornali
e documenti dell’epoca, a interrogare testimoni di quel periodo
della nostra storia. Quali sono state le tue emozioni, cos’hai
provato nello scoprire quei mondi sistematicamente banditi dai media,
autentici tabù come le pratiche disumane nelle carceri, le torture
in un Paese che si vanta di essere esempio di democrazia e che anzi
ha la presunzione di affermare, attraverso i suoi capi, l’esigenza
di esportarla anche imponendola con le armi?
Sull’esigenza di esportare la democrazia con le armi, è
inutile spendere parole, dato che si tratta di una colossale menzogna
per nobilitare e riesumare l’antico colonialismo. Per quanto riguarda
le scoperte sui giornali dell’epoca, è una pratica che
consiglio a tutti. Per realizzare la grande quantità di “inesattezze”
costruite non esiste niente di più indicato che andare in biblioteca
a consultare i vecchi quotidiani, adesso che alcune verità sono
state ripristinate. E siccome la memoria è uno specchio dell’attualità,
bisogna pensare che stia accadendo la medesima cosa per quanto riguarda
gli avvenimenti attuali. In Altri destini ho voluto evidenziare
questa pratica pubblicando per intero un articolo uscito su un importante
quotidiano nazionale il giorno dopo la repressione della rivolta in
un noto carcere di massima sicurezza. Sul giornale non era però
descritta la violenza usata dagli agenti su persone disarmate, inermi
a già immobilizzate. Al contrario venivano esaltati “i
ragazzi dei reparti speciali” addestrati a combattere senza uccidere,
a usare proiettili di gomma, a fare del male solamente se costretti…
La realtà poi era un po’ diversa, ma a quanto pare non
doveva essere raccontata. Giusto così, tutto sommato. Tocca a
Roman Zeri tornare sul luogo del delitto e restituire vita alla vita,
attraverso la finzione.
Un capitolo del libro, solo apparentemente
staccato dal resto della narrazione, è ambientato in una prigione
argentina, Paese in cui, all’epoca dei fatti raccontati, era in
atto una sanguinosa repressione da parte di una feroce dittatura militare.
Come a dire: stesso periodo storico, situazioni apparentemente diverse,
metodi simili. Forse non aveva affatto torto Fabrizio De André
quando in una delle sue più belle canzoni affermava che “non
esistono poteri buoni”.
Una frase del genere, condivisibile, se vera, o se accettata come verità
assoluta, ci inchioderebbe definitivamente all’inattività
e alla rassegnazione. Continuo a credere che possano esistere, se non
poteri buoni, almeno poteri mossi da alti valori. Mi rendo conto che
è difficile credere all’esistenza di un regime democratico,
nell’accezione fin qui esistente; ma rifiuto di credere che non
esistano altre strade. I miglioramenti devono passare prima attraverso
gli individui. Chi si occupa di cultura deve prendersi la briga di tornare
a pensare l’essere, ripartendo da quelle basi etiche insite nel
subconscio dell’uomo sin dalla notte dei tempi. Niente che non
sia già stato scritto; quelle due o tre cose che gli uomini devono
riconoscersi a vicenda, sulle quali ricostruire un nuovo individuo.
Difficile? Può darsi, ma forse nemmeno troppo. Basterebbe semplicemente
che ognuno assumesse su di sé l’onere di rappresentare
personalmente l’essere umano che ritiene essere ideale e andare
a spasso, proponendo la pubblicità di se stesso invece che delle
grandi firme.
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Il
filo della memoria dagli anni settanta a oggi.
Incontro con Walter G. Pozzi, già autore de "L’infedeltà"
per parlare del suo ultimo romanzo, degli anni Settanta e dell’importanza
del “saper leggere”.
Sara Dania, Virgilio.it
Cortei, fazzoletti e lacrimogeni. Urla e manganelli.
Un inizio ad alta tensione per «Altri destini», l’ultimo
romanzo di Walter G. Pozzi: il racconto di una manifestazione in cui
un ragazzo muore, evento drammatico che segnerà il destino dei
protagonisti. 25 anni dopo, il maglione insaguinato della vittima viene
ritrovato per caso da Roman Zeri: è l’inizio di un viaggio
che lo porterà a indagare sulla vita di suo padre Max, coraggioso
direttore di un giornale indipendente. Sullo sfondo della vicenda, gli
anni di piombo e il terrorismo, ma soprattutto la repressione del 1979
che travolse decine di intellettuali.
Il nuovo romanzo è ambientato negli
anni Settanta: quanto è importante per capire e apprezzare «Altri
destini» aver vissuto gli anni di piombo o perlomeno avere una
coscienza storico-politica?
Credo che la maniera migliore di avvicinarsi ad «Altri destini»
sia cercare una storia. Il contesto storico è soltanto un successivo
livello di lettura. Importante, sicuramente, ma ciò che c’è
da sapere su quegli anni, per quanto riguarda la vicenda che racconto,
è presente nel romanzo stesso. Al lettore non si chiede un esercizio
supplementare di memoria, al contrario. Avere vissuto intensamente gli
anni Settanta può essere a un tempo d’aiuto e da ostacolo.
Il primo caso garantisce la padronanza della materia; il secondo può
risentire della difficoltà di accettare un diverso punto di vista.
In realtà, il ricordo di quel periodo è vivo nella maggior
parte dei lettori del mio romanzo. I più giovani devono invece
combattere con una serie di idee acquisite attraverso pareri altrui
e attraverso una terminologia creata ad arte per generare confusione.
Basti pensare alla definizione «Anni di piombo». L’idea
che la parola «piombo» suggerisce, non ha niente a che vedere
con la creatività e la vivacità culturale che quel periodo
ha prodotto. L’immagine implicita in una simile definizione riguarda
la sola violenza e i morti. C’è dell’altro e, in
qualche modo, quest’altro viene costantemente negato, anche in
maniera subliminale. Ciò non toglie che tutti ne parlino senza
dire nulla, soprattutto in questo periodo. In fondo si tratta di un
modo sofisticato di tacere.
Il lettore attento riconoscerà in alcuni
nomi realtà che sono veramente esistite e che hanno avuto un
ruolo nella storia recente italiana. Perché hai sentito la necessità
di cambiare questi nomi?
Per non contestualizzare troppo la vicenda. Per evitare che la realtà
divenisse l’unica tematica del romanzo, occultando il suo vero
obiettivo: analizzare le dinamiche delle moderne forme occidentali del
potere. Mi piacerebbe che questo romanzo potesse essere letto tra cinquant’anni
e venire identificato come qualcosa di più profondo che non come
una semplice analisi di un periodo storico.
Non credi che un giovane lettore perda così
l’occasione di conoscere un momento determinante del nostro passato?
In effetti affido alla narrativa la dignità di strumento di conoscenza.
Ma «Altri destini» non nasce come romanzo storico. Come
ho già spiegato, il mio intento era quello di scrivere una storia
sul Potere e sulle dinamiche repressive di una democrazia occidentale.
Personalmente non credo all’esistenza di un regime democratico,
inteso come momento di assoluta libertà politica e, insieme,
di evoluta civiltà sociale. Alla fine siamo sempre di fronte
a un forza superiore all’individuo, impegnata a preservare se
stessa e i privilegi di pochi. Le libertà consentite sono in
realtà quelle di lavorare e di acquistare, di lamentarsi al bar
sotto casa e di votare ogni tanto per partiti che si dividono pacificamente
i ruoli di governo e opposizione. In realtà, all’interno
di strutture democratiche, le differenze ideologiche tra gli schieramenti
sono minime, quando ci sono, e, seppure nella loro suddivisione dei
ruoli, i partiti sono chiusi come un nucleo di controllo molto forte
e compatto. Quindi, se un giovane vuole conoscere la storia più
recente, avrà sicuramente da «Altri destini» un aiuto,
ma dal momento che l’intento del romanzo è quello di essere
trasversale al tempo, avrà modo di conoscere nel dettaglio le
dinamiche del Potere. Ciò che ho descritto nel romanzo, è
accaduto in Italia nel 1979, ma non è dissimile da ciò
che è accaduto nell’epilogo della guerra di Spagna, o dagli
eventi della primavera di Praga, accaduti di fronte a un occidente convenientemente
paralizzato. E non sarà diverso da molti altri fatti che accadranno
in futuro.
Nel romanzo, usi spesso la tecnica del flashback.
E’ una strategia consapevole per allentare la tensione emotiva
del racconto o si tratta di un omaggio inconscio all’arte del
cinema e della sceneggiatura?
Più che di flashback, parlerei di diversi piani temporali. Il
primo capitolo è ambientato nel 1976, il secondo nel 2000, il
terzo e il quarto negli anni Ottanta, il quinto - che occupa la sezione
più lunga del romanzo - nel 1979, il sesto nel 1978, il settimo
nel 1999, l’ottavo ancora nel 1978, il nono e il decimo nel 1976,
l’undicesimo nel 1979, il dodicesimo e il tredicesimo nel 2000.
Si tratta di movimenti narrativi, simili a movimenti musicali. Come
dicevo prima, il primo capitolo è veloce, il secondo è
lento, il terzo è un adagio… Ma diventerebbe un discorso
troppo lungo. In effetti, però, del mio romanzo, mi piacerebbe,
più che assistere a una riduzione cinematografica, ascoltarne
una traduzione musicale.
Tecniche di scrittura: tu dirigi anche il Laboratorio
di Scrittura Creativa il cui motto è “Leggere meno, leggere
meglio”. Affermi infatti che «per diventare scrittore, oltre
a sapere scrivere, occorre prima di tutto saper leggere». Cosa
significa “saper leggere”?
Prima di tutto, saper leggere significa saper scegliere i romanzi. Distinguere
cioè quelli buoni da quelli pessimi. Significa affrancarsi dalla
critica letteraria, oggi sempre più legata a una proposta commerciale
più che culturale. Raramente i romanzi importanti sono recensiti
sui giornali, e spingerei la mia provocazione fino a dire che raramente
li si trova in libreria. Gli allievi del mio corso avanzato di scrittura
hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per acquistare «Canto
di Salomone» del premio Nobel Toni Morrison. Naturalmente, il
motto “leggere meno e leggere meglio” sottolinea l’importanza
di leggere due volte un classico, piuttosto che due romanzi di quelli,
per così dire, alla moda. Oltretutto, una rilettura attenta permette
di entrare nell’officina di uno scrittore, e di comprendere i
motivi delle sue scelte stilistiche e narrative. Nei miei corsi di scrittura
si legge molto.
Quali “esercizi” consiglieresti
a una persona che volesse imparare a leggere pur non aspirando alla
carriera di scrittore?
Ogni romanzo mostra la storia di un cambiamento. Un esercizio potrebbe
consistere nel chiedersi in quale maniera il protagonista della storia
cambi. Cosa voleva all’inizio e cosa vuole alla fine. Quali eventi
hanno contribuito a mutare la sua visione della vita. In che maniera
lo scrittore ha mostrato che il protagonista sarebbe potuto cambiare
e quali eventi hanno contribuito a questo cambiamento.
Imparare a leggere in 10 libri: quali titoli
consiglieresti?
Dieci titoli tra tanti libri importanti. Devo inevitabilmente attingere
dal bacino dei classici: Bibbia, Odissea, Amleto, Don Chisciotte, Jacques
il fatalista e il suo padrone, Faust, Madame Bovary, I promessi sposi,
Moby Dick, Anna Karenina.
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Due chiacchiere su L'infedeltà
(giugno 2000)
Come mai un romanzo sull’infedeltà?
Perché volevo scrivere una storia che entrasse, per quanto possibile,
nelle profondità di quel curioso mistero che unisce due persone.
E più lavoravo e più realizzavo che una delle costanti
del vivere umano fosse caratterizzato da una fondamentale necessità
di tradire, non solo la persona con cui abbiamo una relazione, ma anche
se stessi. Da questo nasce il titolo, che non vuole essere né
intrigante né fuorviante, come invece hanno affermato alcuni.
Eppure il titolo raggiunge il risultato di
incuriosire e, ho notato poco prima in sala, che quando il dibattito
si spostava in maniera specifica sul problema della fedeltà l’interesse
aumentava. E’ solo un caso?
Naturalmente, no. Io credo che il romanzo tenti di sviscerare le diverse
infedeltà presenti nell’uomo. Non tutti, sarebbe impossibile
farlo per ragioni connaturate alla natura di una narrazione. Proprio
per questo un romanzo non potrà mai essere considerato come un
trattato di psicanalisi, o di sociologia o di politica. Però,
avrai notato leggendo L’infedeltà, il tradimento amoroso
è solamente una delle parti della narrazione.
Però chissà perché il
lettore leggendo il titolo immagina subito quello.
Sono d’accordo, ed è normale in un tipo di società
che ha ristretto l’uso del vocabolario a poche parole dai significati
standardizzati. Oggi che ogni struttura mediatica è impegnata
ad annullare la capacità critica dell’individuo, capita
che i termini vengano impiegati in riferimento a una utilità
diretta. Il tradimento, le corna, sono il materiale più immediato
su cui convergono i diversi messaggi, pubblicitari o narrativi sul modello
delle fiction televisive e delle telenovela. Inondati come siamo, è
perfettamente normale che si finisca per pensare come il sistema impone.
Ecco allora che diventa meccanico, appena si legge una parola, ridurne
i significati fino a rinchiuderla nei recinti della banalità.
E qual è l’infedeltà più
praticata delle persone?
Quella della mente, non ho dubbi. La realtà riserva ben poche
emozioni se non le si contrappone un’esistenza immaginaria, costellandola
magari di desideri e di realizzazioni virtuali.
In questo ci aiuta la televisione, non credi?
Tutt’altro! La televisione rende più grama l’esistenza
facendo credere che solamente stando dentro lo schermo si è qualcuno.
Al di fuori invece si è soli. Là tutti sono belli, ricchi,
brillanti e hanno successo. Per cui mi chiedo con quali occhi, dopo
avere visto tanta perfezione, si riesce la sera a guardare il proprio
partner. Con una cultura simile l’anonimato diventa difficile
da sopportare. In fondo è anche il messaggio sfruttato dalla
pubblicità.
In che senso?
Nel senso che non produce solamente gente famosa bensì anche
e soprattutto «testimonial». Il messaggio in sintesi è
questo: tu sei un poveraccio, mentre questo è ricco e famoso.
Guarda l’orologio che ha al polso. Se vuoi uscire anche tu dalla
fascia dei poveracci devi comprare quell’oggetto. E’ in
questa sorta di transfert che si gioca tutta la pubblicità. E
tu che fai? lo compri. Non è già questa, in fondo, una
forma di infedeltà per noi poveri mortali. Ogni messaggio viaggia
su questo, e non solo negli spot. Una volta creato il linguaggio, tutto
diventa pubblicità.
Ritorniamo all’infedeltà così
come appare nel tuo romanzo.
L’infedeltà da cui prende il titolo il libro è solo
uno dei temi narrativi. E’ quello dà cui ha origine l’intreccio.
Essa si evidenzia non nel tradimento, che quando avviene ha la leggerezza
della completezza dell’essere e non già dell’inganno,
ma nel ragionare sull’abitudinario vivere l’amore di coppia
che incapsula le persone in ruoli stabiliti da cui poi cercano di uscire.
L’infedeltà è mentale, in quanto l’essere
non è la specificità di essere marito e moglie, ma anche
altro che l’usura della consuetudine nasconde. Questo altro può
affiorare come un desiderio di libertà, che vada oltre i canoni
usuali, qualcosa che accende la passione, come nuovo entusiasmo d’amore.
E’ questo un ritrovarsi e un rinnovarsi. La vera infedeltà
è anche proporre al partner false maschere in una dimensione
etica con il timore di non ritorno, come per Marzio, il protagonista
del romanzo. L’infedeltà è la ricerca di libertà
di affermare il proprio Io in una dimensione estetica, di imprevedibilità,
come per David, l’altro protagonista maschile che si contrappone
a Marzio.
Ecco, parliamo dei due protagonisti maschili.
Perché nelle loro diversità caratteriale e di scelta di
vita, appaiono entrambi infelici, in preda all’angoscia e all’insoddisfazione?
Marzio ama, si sposa, si annulla nella compagna, si riduce in un ruolo
che non dà nuovi slanci né felicità. David ama,
ma conserva il suo Io, la sua imprevedibilità, non si sposa ma
si sente in colpa. Il rischio per entrambi è l’angoscia:
angoscia di avere ma non di essere, angoscia di essere ma non di avere.
Infatti l’angoscia è l’altro
tema esplorato sul filo della logica e che è strettamente legata
all’amore come perdita d’identità. Cosa mi dici?
Eh, l’identità… Basta poco per perderla: una palla
senza una elle (qui Pozzi si riferisce a uno dei momenti più
poetici del suo romanzo) diventa pala e la bella rotondità giocosa
diventa strumento per scavare una fossa. Un padre al di fuori delle
mura domestiche non è più lui; una moglie che si incontra
per strada perde i connotati usuali e diventa un’altra donna.
Fin qui i personaggi maschili. Però
l’infedeltà nel romanzo non viene praticata solo da loro.
Alla fine appaiono delle differenze anche nel modo di tradire. E’
un caso legato ai personaggi che hai scelto, o è connaturato
alla diversa natura dell’uomo e della donna?
Ecco il punto! L’errore sta nel pensare che esista un solo tipo
di infedeltà, la stessa per l’uomo e per la donna. Non
è così, a mio modo di vedere, e in questo senso i personaggi
non sono legati alla storia in virtù del loro carattere, bensì
in quanto archetipi delle essenze dell’uomo e della donna.
Ti riferisci al diverso modo che hanno di relazionarsi
con l’altra persona?
Esatto. Non è solo un luogo comune dire che uomo e donna sono
sentimentalmente diversi. In questo l’uomo è piuttosto
mediocre nel bene e nel male, nel senso che non sa amare profondamente,
ma alla stessa maniera non sa nemmeno odiare. Cose che invece riescono
alla grande e in maniera spesso spettacolare nel caso della donna.
E questo, secondo te, perché?
Perché la donna investe sempre tutto in amore. Naturalmente parliamo
sempre per linee generali. Quando la donna parla di condivisione, l’uomo
non sa nemmeno cosa lei voglia dire. E questo perché l’uomo,
in un rapporto cerca il riconoscimento di se stesso; vuole qualcuno
per essere il centro del mondo, salvo poi lamentarsi di questa condizione
quando la donna si dice insoddisfatta del rapporto. La donna, invece,
quando cerca condivisione lo fa anche con piena disponibilità
di cambiare essa stessa allo scopo di crescere. Insieme, però;
e in questo dimostra grande malleabilità. L’uomo invece
non ama i cambiamenti, adora le proprie convinzioni che lo cullano dandogli
sicurezza. Solo che finisce per dimostrare la sua inguaribile insicurezza.
Ma bada, questa tipicità caratteriale non vale solo per l’amore.
Visto che stiamo parlando di un libro ti porto un esempio di tipo, diciamo,
editoriale. La letteratura è per sua natura territorio di ambiguità
perché solleva domande e non dà risposte; suo dovere è
illuminare le zone d’ombra della società e dell’individuo
e in questo risiede la sua funzione intellettuale; da un romanzo, che
sia degno di questo nome, puoi solo avere dubbi e mai delle risposte.
E infatti, in grande percentuale sono le donne le vere fruitrici della
letteratura. L’uomo in linea di massima non legge. Tutt’al
più ti capiterà di vederlo con il giornale in mano e,
guarda caso, quel quotidiano che la pensa come lui, che non lo scuote
dalle sue certezze. Perché non vuole, non gli interessa.
E’ una forma di paura, o sbaglio?
Ma l’uomo, in amore, è un grande vigliacco. Se non vuoi
vederlo crollare non chiedergli mai di essere sincero. Lo devi interpretare,
leggere nelle sue parole.
Uno dei momenti più divertenti dell’incontro
di poco fa è stato proprio la citazione di alcune espressioni
tipiche dell’uomo e la giusta interpretazione che bisogna darne.
Ti spiacerebbe ripeterle?
(Ride.) Le frasi classiche sono tre: «Ti voglio bene ma non ti
amo», che significa: ti voglio lasciare ma non ne ho il coraggio.
«Sono in crisi», che significa: ho un’altra. E l’ultima
che è un sempreverde, «Non vediamoci per un po’»,
che vuole dire: fammi provare come va con l’altra e se non mi
trovo bene torno da te.
Ma sono tutti così gli uomini?
Tutti, tranne il sottoscritto.
Nel romanzo sembra esserci un personaggio chiave
con cui tutti inevitabilmente finiscono per confrontarsi. Si tratta
di David. Cosa rappresenta?
L’uscita dagli schemi. Nel romanzo è spiegato con la metafora
del casinò, funzionale a chiarire perché l’uomo
per vivere schematizzi la realtà organizzando la propria umanità
all’interno di regole sociali, civili e religiose. Il che può
non essere un concetto condannabile. Lo diviene se poi ci si dimentica
di avere attuato questa schematizzazione. Qui avviene un’altra
forma di infedeltà. Nell’economia della trama, invece,
David rappresenta per Marzio l’idea di conservare la libertà;
per Norma invece David è un amore che la blocca nel raggiungimento
dei suoi obiettivi e che la costringe a fuggire per non morire, mentre
per Chiara serve a dimostrare a Marzio che il tradimento è ritrovarsi
e non perdersi. Il problema è che David sperimenta su se stesso
che essere liberi non significa automaticamente essere appagati, essere
liberi significa forse rinunciare a qualcuno che possa essere un punto
fermo nella vita; forse significa essere sempre insoddisfatti.
Tuttavia in fondo c’è una soluzione
all’angoscia del gioco delle parti. La soluzione la trova Chiara,
ma tu non le hai mostrato gratitudine. Nel momento stesso in cui lei
ha concretizzato la soluzione, che il marito intellettuale ha involontariamente
indotto, le hai spento la fonte d’ispirazione. Allora mi chiedo,
cos’è la felicità?
La felicità è concretezza, non metafisica, il che è
un invito a non pensare. Chi si sente appagato non ha bisogno di altro.
L’amore allo stato nascente genera appagamento. L’innamorato
non pensa, gode dell’attimo a sua disposizione. Solo la passione
può far raggiungere in momenti sparsi della vita la felicità.
Il problema è che il binomio passione/felicità non dura
una vita, è composta di momenti e non può raggiungere
l’amore eterno, quell’amore che per concretizzarsi ha bisogno
di approdare formalmente alla convivenza o al matrimonio. Eppure…
eppure ciò che convenzionalmente è amore/matrimonio, con
il tempo, fa assumere agli amanti un’identità in funzione
del ruolo di marito o di moglie, che non è l’intero essere
dell’individuo, ma solo la parte che riguarda il ruolo che svolge.
Allora non bisogna pensare alla felicità.
E’ questa la soluzione?
Ma questo è impossibile! La ricerca della felicità è
una tensione insopprimibile, come il desiderio della libertà
di «essere in se stessi» e non in funzione dell’altro.
La non felicità genera la noia. Questo agitarsi in uno stato
di ricerca della felicità e dell’amore mette tutti i personaggi
in uno stato di moto perenne, ma è un falso muoversi che in realtà
non approda da nessuna parte. David e Chiara, due libertà che
si incontrano, non raggiungono la felicità e l’amore.
Allora il vero amore e la vera felicità
sono nel ricordo?
Diciamo che il ricordo fissa nel passato gli avvenimenti e ha il pregio
almeno di renderli immutabili.
Allora, ricapitolando: il problema sollevato
dal romanzo sta nel comprendere cosa significhi infedeltà, se
e come queste due coppie possano raggiungere la felicità, e come
possa l’amore essere eterno. Sei d’accordo?
Sono d’accordo sul fatto che il problema alla fine resta sempre
un problema.
Parliamo invece della tua scrittura. Cosa dici
a chi ti taccia di kunderismo?
Se ho voglia di prenderlo come un complimento incasso il commento. Ma
siccome non vuole esserlo, rispondo che non ha capito niente del libro.
Che io non scrivo come Kundera, ma che anzi ne sono stilisticamente
molto lontano lo dimostra il mio primo romanzo Il corpo e l’abbandono.
Il fatto è che L’infedeltà si divide idealmente
in due parti. La prima ha un andamento quasi saggistico. Dico quasi
perché un saggio non ha personaggi. E’ percorsa da digressioni
che hanno come scopo quello di smantellare i luoghi comuni che popolano
le opinioni sull’amore. Vengono analizzati i personaggi nei loro
rapporti ed è vero che appare chiaro da subito che i protagonisti
non sono realmente esistenti, ma una sorta di identità da laboratorio.
Questo, lo riconosco potrebbe animare sospetti di kunderismo. Ma nella
seconda di queste due parti ideali, i protagonisti si liberano dal giogo
cui li avevo sottoposti, si liberano cioè dalla mano dell’autore
e cominciano a vivere. E vivere vuole dire sbagliare, purtroppo. E’
probabile che la prima parte possa disorientare il lettore, ma mi sento
di potere affermare che il piacere che deriva dalla lettura della parte
«più narrativa», è forse dovuto alle trappoline
che ho sistemato qua e là tra una digressione e l’altra.
Un romanzo per lettori, quindi?
Ho capito cosa intendi dire e, con finta polemica, ti rispondo che un
romanziere scrive per i lettori.
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