Interviste

Scrivere in Brianza. Walter G. Pozzi
di Azzurra Scattarella
Vorrei
- Rivista no profit su Monza, la Brianza e tutto il resto
(22 aprile 2011)

Giovanna Cracco: il progetto Paginauno
di Marino Magliani
Blog letterario La poesia e lo spirito
(11 gennaio 2011)

Walter G. Pozzi – Scuola di Scrittura Creativa Paginauno
Marta Traverso
Blog Sul Romanzo
(15 dicembre 2010)

Scuola di scrittura creativa a Monza, parla l’insegnante-scrittore Walter Pozzi
di Marta Migliardi

Trantran, mensile di Monza, n. 13
(dicembre 2010)

Altri destini. Una storia degli anni Settanta
intervista a Walter G. Pozzi
di Giuseppe Ciarallo

Il filo della memoria dagli anni settanta a oggi. Incontro con Walter G. Pozzi, già autore de "L’infedeltà" per parlare del suo ultimo romanzo, degli anni Settanta e dell’importanza del “saper leggere”.
Sara Dania, Virgilio.it

Due chiacchiere su L'infedeltà
intervista a Walter G. Pozzi

(giugno 2000)

 

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Scrivere in Brianza. Walter G. Pozzi
di Azzurra Scattarella
Vorrei - Rivista no profit su Monza, la Brianza e tutto il resto
(22 aprile 2011)

L'animatore di Paginauno racconta a Vorrei il suo mestiere,
l'approccio politico e l'ambiente editoriale

Ho trovato la sua biografia molto ironica e divertente. Chi l’ha scritta?
Si tratta di un redazionale della casa editrice che ha pubblicato i miei primi romanzi. La frase “Trent’anni della mia vita li ho buttati, per altri cinque ho dormito e gli altri, finalmente, li ho vissuti” invece è mia. Ne vado molto orgoglioso anche perché nel tempo mi sono accorto di quante persone, quando la leggono, la trovino adattabile alla propria storia. Naturalmente dicendo ‘buttati’ mi riferisco all’impianto ideologico, frutto delle imposizioni scolastiche, familiari e sociali delle quali, un po’ come capita a tutti, sono stato inconsapevolmente vittima. Il sonno degli altri cinque anni posso dire, a mia parziale discolpa, che siano stati in realtà un periodo di dormiveglia.

Qualcosa che non c’è in essa e che le andrebbe di condividere.
Leggendola si potrebbe pensare che il processo di miglioramento sia terminato con l’approdo sulle rive del mondo editoriale. Quasi si trattasse di un’isola felice. Le cose non stanno proprio così, al contrario. Quando si parla di editoria occorre sempre precisare quanto essa sia legata alle dinamiche tipiche del mondo economico e del suo propellente: il consumismo. Mai come oggi il libro è stato un oggetto di consumo, deprivato di qualsiasi valore artistico e culturale. E questo ha prodotto in me un certo disinganno.

Paginauno rivista culturale e adesso anche casa editrice. Questa scelta può sembrare ardita in un contesto macroeditoriale. Eppure qualcosa vi ha convinto ad agire in tal senso. Senza dubbio un atto politico.
È un atto politico come lo è qualunque azione che ambisca a inserirsi e a incidere nel tessuto culturale di un Paese. Nel mio linguaggio tendo a operare una distinzione tra ‘Industria editoriale’ e ‘Casa editrice’, al posto di grande e piccola casa editrice. Una definizione che nella testa dei profani (buona parte dei quali, purtroppo, sono lettori) si trasforma in un giudizio di merito.

Nel suo ultimo romanzo, pubblicato a gennaio 2011, lei tratta temi contemporanei, dagli anni di piombo fino a oggi; i protagonisti sono un giornalista e uno scrittore, chiamati ad avere una funzione sociale e attiva tramite la loro professione. Potremmo dire che sente il mestiere di scrivere etico e fondante per la nostra società?
Diciamo che il mestiere di scrivere è necessario nel momento in cui riesce a inserirsi (e oggi sarebbe più corretto dire ‘riconquistare’) in uno spazio dialettico, riconducendo immaginazione e realtà sul medesimo asse semantico. Un tempo, i romanzi (e i film in alcuni casi) di scrittori come Sciascia, Volponi, Pasolini, venivano considerati alla stregua di approfondimenti e riflessioni sulla società, e come tali erano trattati nel dibattito politico. Oggi la narrativa ha perso questo tipo di importanza, per colpa sia delle industrie editoriali che degli scrittori. Troppa ignoranza politica tra la maggior parte degli scrittori di cassetta.

Azzarderei a dire che condivide il motto nannimorettiano “le parole sono importanti”. Come si concilia questa vena con la scrittura creativa?
Non so se sia vero, come lui afferma, che “chi parla male, pensa male”. Nanni Moretti parla bene, ma condivido molto poco del suo pensiero. Lui odia la critica alla sinistra che viene da sinistra, e temo che il mio ultimo romanzo ‘Altri destini’ non gli piacerebbe.
Quando parliamo di scrittura creativa, ci troviamo di fronte a una materia che mira a conciliare le due forme della creatività legate al Che cosa dire?, e Come? Ovvero: le parole sono importanti tanto quanto i contenuti. Ritengo che la ricerca delle giuste parole sia un mezzo per dire, e mai il fine ultimo della scrittura.

Veniamo alla scuola di scrittura creativa in cui insegna e per la quale tiene anche altri seminari. Com’è cresciuta la partecipazione degli studenti del territorio negli anni?
C’è molta risposta. Devo precisare, però, che la mia esperienza è limitata alla scuola che ho fondato a Milano e alla mia collaborazione con la biblioteca di Monza, per cui la mia testimonianza vale per quel che vale. Il successo dei corsi di scrittura creativa organizzati dalla biblioteca civica, però, credo sia indicativo di un’esigenza culturale, di una curiosità, di una domanda (per dirla con il linguaggio mercantile) spesso disattesa dall’offerta. Una domanda indicativa di un bisogno di spazi di aggregazione, di confronto con una riflessione che sia ricca di contenuti. Ciò che avverto è un forte desiderio di acquisire strumenti non solo per scrivere e leggere, ma anche per riflettere su di sé e sulla società che ci circonda. Per non essere condannati, per citare De Andrè, “a viaggiare una vita da scemo nel giardino incantato” del pensiero unico. Questo, detto in generale. Riguardo agli studenti credo che vada affrontato un discorso sulla scarsa sensibilità mostrata dall’istituzione scolastica in proposito. Concentrare l’insegnamento alla sola storia della letteratura credo sia limitativo sia per la comprensione di un romanzo, che per la diffusione dell’amore per la lettura.

Le iniziative letterarie a Milano non sono mai mancate, ma si può dire che anche il territorio monzese abbia una certa industriosità. Sempre più spesso ci sono eventi culturali organizzati in biblioteche, caffè, librerie e si va dai reading ai bookcrossing. Lei cosa pensa dell’ambiente culturale di Monza e dintorni?
Non saprei rispondere. Temo di non essere molto informato. Non avverto, però, tutta questa vivacità culturale. Non a Monza, almeno. Percepisco piuttosto un grande disinteresse da parte dei suoi cittadini. Sarei curioso di sapere quanti monzesi leggono più di un libro all’anno. E quanti in tutta la Brianza. O forse no. Forse è meglio non saperlo. A ogni modo, questo non vuole essere un giudizio di merito, ma una considerazione circoscritta alla questione della diffusione della lettura. Non penso – l’ho pensato un tempo, ma sbagliavo – che la lettura in sé sia un’attività che renda una persona migliore e più consapevole – in senso umano, sociale o politico – di un’altra. Dipende dal ruolo che si affida alla lettura nella propria vita. E questo vale anche per la passione di scrivere.

Oggi si parla molto della nuova poetica italiana, che mette insieme fatti realistici e aspirazioni romanzesche, il cui paladino sarebbe Roberto Saviano. Lei cosa ne pensa?
La preferisco di gran lunga all’altra, agli eccessi di psicologismo e a molti gialli che stanno infestando le librerie da alcuni anni a questa parte. Un modello di letteratura, il romanzo non-fiction, che, tengo a precisare, esiste da molto prima della notorietà raggiunta da Saviano, il cui libro contiene parti consistenti di fiction. Senza per questo nulla togliere alla qualità di Gomorra.

Sia la rivista che la casa editrice hanno un taglio politico rivolto al presente. Le chiederei quindi un parere da scrittore, giornalista, cittadino, comune mortale sulle ultime vicende comunali – scelga lei se parlare del sindaco, di come stanno trattando la Villa Reale…
L’ingresso dei privati nella cosa pubblica ormai fa parte dell’aria che respiriamo. Non serve criticare il fenomeno caso per caso. A mio avviso è il concetto stesso che andrebbe criticato alla radice. Senza per questo alimentare molte speranze, dal momento che le privatizzazioni sono da vent’anni un indirizzo politico-economico trasversale alle parti politiche; e che la società civile, oggi, si rivela incapace di mobilitarsi in forme autonome e indipendenti dalla politica.

Legge i suoi conterranei?
Se mi sta chiedendo un giudizio sui colleghi scrittori viventi in Brianza, direi, recuperando il discorso sulla scrittura creativa, che trovo Andrea Vitali carente riguardo alla componente del Che cosa?, e Sergio Paoli, che comunque preferisco al primo, mi sembra debole dal punto di vita del Come?.

 

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Intervista a Giovanna Cracco: il progetto Paginauno
di Marino Magliani
Blog letterario La poesia e lo spirito (11 gennaio 2011)

 

Paginauno è una nuova sigla editoriale. L'impressione che dà il nome è di una specie di: voltiamo la pagina e ricominciamo a parlare delle cose importanti che sono il narrare.
Ci può raccontare come è nato questo progetto. La figura di Walter Pozzi, docente di scrittura narrativa e di narratore per Tranchida.

Paginauno, in effetti, è una realtà editoriale che quest’anno festeggia il suo quinto compleanno. Nel 2007 è nata infatti la rivista Paginauno, che si occupa di analisi politica, culturale e sociale, e nel 2010 il progetto si è ampliato divenendo anche casa editrice. Il tutto, poi, affonda le radici in una realtà ancora precedente, quella della scuola di scrittura creativa, nata nel 2003 e che dal 2005 ha preso il nome di Paginauno. È lì che ho incontrato Walter, nel 2004.
Walter Pozzi è dunque una figura molto importante del progetto. Perché se è vero che abbiamo fondato insieme la rivista e la casa editrice, è vero anche che il suo essere scrittore e docente, la sua esperienza nel mondo editoriale e, soprattutto, il suo percorso intellettuale, il suo pensiero, sono stati fondamentali, soprattutto all’inizio, per ragionare e comprendere che cosa volevamo fare. E sono altrettanto fondamentali tuttora, in un confronto continuo che la maggior parte delle volte ci trova in sintonia, in qualche caso su posizioni differenti, ma che sempre arriva a una conclusione costruttiva. È anzi probabile che la differenza di punti di vista, in alcune situazioni, abbia arricchito il progetto.

Paginauno è, come lei dice, un nome dalla forte carica simbolica ed evocativa. Che sia la “prima pagina” di un’opera di narrativa o di un saggio di analisi, è quello spazio in cui convergono l’ispirazione, la documentazione, la riflessione, tutto il lavoro insomma che sta a monte di ogni testo, per iniziare a divenire scrittura: quel momento in cui i personaggi di un romanzo iniziano a prendere vita, o le analisi politiche e sociali, fino a quel momento magari appena abbozzate con la penna su un blocchetto di appunti, sono “costrette” a darsi un filo logico per essere comprese anche al di fuori della testa dello scrittore. Uso il termine scrittore, e non semplicemente autore, non a caso.
Nelle lunghe chiacchierate con Walter Pozzi, tra una birra e una sigaretta, ci interrogavamo sulle ragioni per cui la narrativa italiana, nella sua gran parte, fosse divenuta così “ombelicale”: avesse cioè iniziato a utilizzare uno zoom puntato sul privato, perdendo la capacità di usare come obiettivo un grandangolo che fotografasse certamente il personale e l’animo umano, ma inseriti in un contesto sociale, che è sempre, inevitabilmente, anche politico: un contesto che ha ricadute, che s’insinua, che pesa, nel privato, anche in quello di chi voglia con tutto se stesso disinteressarsi del mondo che lo circonda. Contemporaneamente notavamo come gli scrittori avessero smesso di far sentire la propria voce nella realtà sociale e politica italiana: un tempo le pagine dei grandi quotidiani ospitavano interventi di Pasolini, di Sciascia, di Moravia, di Calvino, di Montale. Scrittori che non solo non si sottraevano a un dibattito pubblico, ma che incidevano in tale dibattito, costringendo la società e la politica a fare i conti con la cultura e così elevando, a mio avviso, il livello delle argomentazioni.

È nata così l’idea del progetto Paginauno, articolato in tutte le sue componenti. Una scuola di scrittura creativa, che nei suoi corsi “spingesse” l’aspirante scrittore a usare quel grandangolo, per continuare nella metafora cinematografica, e che negli anni ha ampliato la prospettiva con corsi di sceneggiatura e di giornalismo d’inchiesta. Una rivista bimestrale, aperta agli scrittori che volessero riappropriarsi di uno spazio sociale che la cultura ha perduto, sfidandoli, se così possiamo dire, a tornare a interpretare la società e le sue evoluzioni – e non si può dire che siano evoluzioni in positivo, e proprio per questo c’è bisogno di tornare ad analizzare la realtà con quelle chiavi di lettura che Pasolini e Sciascia possedevano e che ora gli scrittori hanno perso. In questi quattro anni di vita, hanno collaborato con la rivista, o continuano tuttora a collaborare, persone come Felice Accame, Giorgio Galli, Giorgio Boatti, Davide Pinardi, Claudio Del Bello, Marco Clementi, Paolo Pozzi, Giorgio Morale, Franco Giannantoni, Paul Dietschy, Adel Jabbar, Carlo Oliva e tanti altri. Ma la rivista è aperta anche a chi non è scrittore: basta la serietà e l’impegno, la passione verso una tematica, la volontà di approfondirla e di inserirsi in una piattaforma di discussione che si pone in alternativa alla cultura cosiddetta ufficiale. E infine, è nata anche la casa editrice, che si inserisce nella chiave di lettura e nella linea editoriale dell’intero progetto.

Riallacciandomi alla sua impressione, quello che io e Walter Pozzi abbiamo voluto significare scegliendo il nome Paginauno, è stato in effetti un “voltiamo la pagina e ricominciamo a parlare delle cose importanti”: il narrare, certo, inteso come il riappropriarsi di una narrativa che non si estranei dalla società, che non fa dell’intrattenimento il suo principale scopo ma rivendica una partecipazione sociale della scrittura; ma anche l’analisi saggistica, in tutte le sue componenti: la storia, l’economia, la sociologia, la politica. E con politica, non intendo mai partitica.

Il manuale operativo di Davide Pinardi, Narrare. Dall'Odissea al mondo Ikea, è il vostro primo libro. Una specie di rotta.
Narrare è certamente un manuale operativo, ma non solo: è anche una profonda riflessione sul concetto della narrazione.
Il saggio è infatti composto da due parti, tra loro strettamente collegate ma dal diverso taglio. Nella prima, Pinardi riflette sulle narrazioni, abbattendo un muro: quello che comunemente separa le narrazioni di finzione – i romanzi, i film, tutto quello che è definito fiction – dalle narrazioni di realtà – un’analisi giornalistica, sociologica, storica, economica, una teoria scientifica, uno scenario finanziario, un progetto di marketing, lo storytelling politico…

È una riflessione importante, perché la separazione netta tra invenzione e realtà è quella che ha sempre permesso la costruzione di narrazioni sociali, storiche, politiche ed economiche, che vengono assimilate dalla maggior parte delle persone senza alcun esercizio critico; narrazioni che diventano collettive e dominanti proprio perché presentate non come narrazioni ma come descrizioni di dati oggettivi di realtà. E non solo la parola realtà porta con sé una tale forza che rende difficile la sua critica, ma il concetto di realtà oggettiva richiama quello di verità oggettiva. E quando si scomoda addirittura il concetto di verità, ci viene detto a che cosa dobbiamo credere.

Nella seconda parte del saggio, quella che si può definire un manuale operativo, Pinardi mostra quali sono le principali tecniche base del narrare: un percorso che può essere utile sia a chi voglia creare una narrazione, per poterla sviluppare al meglio, sia a chi voglia semplicemente destreggiarsi, valutare, controbattere, se necessario, le narrazioni di realtà che la società ci propone, grazie alla conoscenza dall’interno degli strumenti utilizzati per crearle.

Per questo doppio registro Narrare può, in effetti, essere inteso come una specie di rotta di tutto il progetto Paginauno. Quella rotta che va controcorrente, che spinge a sviluppare un pensiero critico basato sull’approfondimento, l’analisi, la destrutturazione del pensiero dominante, sia nel campo della narrativa che in quello della saggistica.

La casa editrice ha esordito con un libro della collana Saggistica: è l’unica collana in progetto o ne avete anche altre?
Per il momento, abbiamo due collane: Saggistica e Narrativa. Nomi semplici, chiari, che individuano i due ambiti. E ora, a gennaio, è uscito anche il primo libro della collana Narrativa, un romanzo già pubblicato nel 2003 e che abbiamo deciso di riproporre, dandogli una seconda vita: Altri destini. Una storia degli anni Settanta, di Walter Pozzi. È un romanzo che utilizza proprio quel grandangolo di cui parlavamo prima: vicenda personale e contesto sociale e politico. È la storia di un uomo, del ritrovamento di un vecchio maglione sporco di sangue in fondo a un armadio, di ritagli di vecchi giornali che tornano tra le mani e costringono un figlio a fare i conti con la Memoria, personale e storica, e con un padre che è stato direttore di un giornale indipendente negli anni Settanta. Tra presente e passato, lo sfondo si muove tra l’edonismo, il ripiegamento nel privato tipico degli anni Novanta, e le vicende dei cosiddetti anni di piombo: le stragi di Stato, la lotta armata, le manifestazioni, gli scontri con le forze dell’ordine, la repressione politica e giudiziaria culminata nel processo 7 aprile. Sono anni con cui l’Italia non ha ancora fatto bene i conti. È sufficiente vedere che cosa hanno smosso le manifestazioni degli studenti a Roma contro la riforma Gelmini: basta un minimo risveglio di conflitto sociale e si torna subito a sentir parlare di “cattivi maestri”.

Per il futuro, abbiamo in programma la pubblicazione di alcuni autori stranieri, molto importanti nei loro Paesi e non ancora conosciuti o poco conosciuti in Italia, e certamente ancora autori italiani. Pochi titoli l’anno, quattro o cinque, tra narrativa e saggistica, per poterli seguire bene nel tempo e per non farci fagocitare e poi espellere da una realtà dominata dall’industria editoriale, che produce libri come fossero merendine a breve scadenza…

La rivista Paginauno, accanto alla parte dedicata all’analisi politica e sociale, ha anche pagine riservate a importanti recensioni letterarie che vi fanno assomigliare un po' a Stilos.
Senza nulla voler togliere a Stilos, la rivista che avevamo in mente al momento della creazione di Paginauno, e che abbiamo anche oggi sempre presente come modello, se così vogliamo dire – e privi di alcuna pretesa di eguagliarla! – è stata Tempi Moderni di Sartre. Il concetto dello scrittore engagé, impegnato, ben presente nella sua epoca e nel suo tempo e che prende posizione rispetto a quanto accade intorno a lui.
Il rifiuto dell’Arte per l’Arte, perché, come scriveva Sartre nell’editoriale di apertura del primo numero di Tempi Moderni, il silenzio è un’approvazione. Se lo scrittore si rifugia nell’arte pura, che oggi può essere individuata anche in quella narrativa che prima ho definito ombelicale – per quanto ben poca possa essere definita arte – se si estranea dalla società e resta muto, non è affatto vero che non prende posizione: contribuisce a mantenere inalterato lo status quo. Al pari di quei romanzi gialli stabilizzanti e consolatori che puntuali, nel finale, consegnano alla legge l’assassino, facendo trionfare la giustizia; romanzi lontani ere geologiche da un’opera come Todo modo di Sciascia, per esempio, in cui alla fine non vi è colpevole perché tutti sono colpevoli, nelle dinamiche di un sistema di potere tenuto in piedi dal ricatto reciproco.

Questa linea editoriale si riflette anche nelle pagine della rivista dedicate alla letteratura. I racconti da pubblicare, i romanzi e i saggi da recensire, vengono scelti tenendo bene a mente l’idea che la narrativa debba incidere sul tessuto culturale del Paese. La casa editrice, il nome dell’autore, la risonanza mediatica che può avere il libro, i premi che può aver vinto, non hanno alcuna importanza; non incidono nella scelta di recensirlo.

La rivista offre anche la possibilità di essere acquistata come pdf, che mi pare molto intelligente.
Mi sento di dire che, oggi, una rivista non può fare a meno di una versione in PDF. La rete sta assumendo sempre più importanza, e da un certo punto di vista, per fortuna. La realtà italiana è dominata da pochi grandi gruppi, sia nel campo dell’informazione che in quello editoriale. La prima è in mano a imprenditori – non esistono editori puri, i principali quotidiani nazionali appartengono a persone o aziende che hanno interessi in altri settori economici e/o politici, è dunque facile immaginare il livello di libertà e indipendenza di cui può godere la redazione nella scelta delle notizie da diffondere e della linea editoriale politica – e il secondo è un’oligarchia, che controlla ogni singolo passaggio che un libro o una rivista devono superare per arrivare al lettore: distributore, promotore, libreria.

La rete salta tutto questo, e non è poco. Nel campo dell’informazione, dà la possibilità di leggere qualcosa di diverso, analisi alternative a quelle proposte dalla stampa ufficiale o anche semplicemente la stampa estera. Permette insomma di allargare gli orizzonti oltre l’edicola sotto casa. E la stessa cosa vale per il campo dell’editoria. Per quanto la visibilità di un sito non sia un automatismo, ma passi attraverso complicati meccanismi, parole chiave, motori di ricerca, esistere in rete dà comunque molte più probabilità di essere visibili. Il PDF, è il passo immediatamente successivo. Sfruttare la rete non solo come una vetrina in più, oltre alla libreria, ma anche come uno strumento rapido, immediato, un click e via, la rivista è già nel computer del lettore.

Personalmente fatico a leggere a video con attenzione e non so rinunciare alla carta, al suo fascino e alla sua materialità, alla sensazione che mi dà di poter durare nel tempo. Probabilmente un giorno esisterà un archivio nazionale delle pubblicazioni elettronico, al posto di quello cartaceo che c’è oggi, a Roma e Firenze. Ma confesso che l’idea non mi entusiasma. E poi, sale di biblioteche piene di monitor e prive di scaffali? A volte immagino un black-out generale, e mi vedo con un libro in mano e una candela. Ma senza il libro, a che serve la candela?
Ma a parte i miei incubi, la rete è un incredibile medium e va sfruttata. E quindi non solo il PDF: il sito della rivista (www.rivistapaginauno.it) è tenuto costantemente aggiornato con gli articoli dei numeri precedenti, leggibili gratuitamente, e il Creative Commons, la licenza sui diritti d’autore con cui è pubblicata l’intera rivista, anche nel formato cartaceo, ha nel web lo strumento ideale di diffusione.

Quindi la rivista è pubblicata sotto diritti Creative Commons: come mai questa scelta?
È stata una scelta immediatamente conseguente alla linea editoriale. L’idea che la cultura, la letteratura, debbano tornare a pesare nella società, significa che devono essere liberamente fruibili da tutti. Un articolo deve poter circolare, in un copia-incolla, pubblicato in un altro sito o in una pubblicazione cartacea, ripreso, citato e perché no, anche messo in discussione. Così è più facile che si crei quella piattaforma aperta al confronto e alla riflessione. Le uniche condizioni di utilizzo del Creative Commons sono quelle di riportare la fonte e l’autore, non tagliare o manipolare il testo, e non venderlo: non trarre cioè profitti, da un diritto d’autore che non pretende, al contrario, alcun profitto. Mi sembra equo. E giusto.

 

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Intervista a Walter G. Pozzi – Scuola di Scrittura Creativa Paginauno (Milano)
Marta Traverso
(blog Sul Romanzo, 15 dicembre 2010)

 

Buongiorno, vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a insegnare teoria e tecniche di scrittura.
È stata fondamentale la pubblicazione del secondo romanzo, “L’infedeltà”, nel 2000. Pochi mesi dopo l’uscita, la Biblioteca di Monza mi ha contattato per chiedermi se fossi interessato a tenere un corso di scrittura creativa. Accettare significava compiere una scelta spericolata. Scrivere e pubblicare non significa automaticamente essere in grado di trasmettere le proprie conoscenze ad altri. Nemmeno significa averne di specifiche. Oltretutto mi rendevo conto che affidarmi alla sola mia esperienza di scrittore mi avrebbe permesso, sì e no, di organizzare un paio di lezioni. Fiato un po’ troppo corto per un percorso che sarebbe dovuto durare dieci lezioni. Tuttavia ho accettato, senza sospettare di stare accingendomi a imparare un mestiere che mi avrebbe arricchito umanamente e come scrittore. Da allora non ho più smesso di studiare le tecniche della narrazione e di riflettere sul significato della scrittura. Un arricchimento personale cui hanno contribuito in maniera importante le lunghe chiacchierate in casa editrice con altri autori, soprattutto – e mi duole dirlo – con quelli stranieri.
Dopo Monza, altre biblioteche mi hanno contattato per tenere laboratori di scrittura – a Vedano, Verbania, quest’anno ho avuto anche l’interessante esperienza di insegnare in Lussemburgo – e soprattutto è maturata l’idea, nel 2003, di fondare una scuola di scrittura creativa strutturata su più livelli di approfondimento.

Perché una persona potrebbe o dovrebbe imparare tali tecniche?
Perché la sola capacità di scrivere in maniera sicura e sciolta non basta per scrivere un buon racconto.
Tra le mie attività c’è anche quella di direttore editoriale di una rivista di analisi politica, sociale e culturale (“Paginauno”) che riserva uno spazio alla pubblicazione di racconti inediti. Mi capita, quindi, di leggere un numero rilevante di elaborati provenienti da ogni parte d’Italia. Posso quindi testimoniare quanto gli italiani amino scrivere e che, nel complesso, sappiano farlo anche piuttosto bene. È anche vero, però, che la percentuale di racconti validi, pubblicabili cioè, alla resa dei conti è molto bassa. Guarda caso, difettano di tecnica. Sono privi di conflittualità, di una forma narrativa e di quella potenza evocativa e metaforica che racconti e romanzi devono possedere.
Per rispondere, quindi, alla domanda, potrei dire che prima ancora di imparare la tecnica, un aspirante scrittore deve farsi una ragione riguardo al fatto che esista una tecnica. Cosa che vale per tutte le forme della narrazione umana, che si chiamino giornalismo, cinema, pubblicità o letteratura.

Quanti suoi allievi sono riusciti a pubblicare una loro opera?
Racconti, tanti. In questo momento sto seguendo tre ex allievi che sono alle prese con il loro primo romanzo. Visto che sono socio di una casa editrice, posso dire, con un certo margine di sicurezza, che se continuano così riusciranno a pubblicarlo. Senza dover versare alcun contributo, naturalmente. Altrimenti non vale. Una casa editrice che chiede soldi a un autore per pubblicarlo, sotto qualsiasi forma, anche l’acquisto di un certo numero di copie dell’edizione, non è seria; personalmente non la ritengo nemmeno una casa editrice.

Crede che per pubblicare con una grande casa editrice conti più il merito o la “conoscenza” di “qualcuno”? Quali percentuali fra le due?
Credo che contino entrambi, ma è impossibile stabilire una percentuale. A mio modo di vedere, una buona entratura concede all’autore la possibilità di essere letto. Il che è già molto, ma non è tutto. Perché se il romanzo non ha valore (non necessariamente inteso in senso letterario; più spesso il criterio di valutazione è commerciale), difficilmente, malgrado la conoscenza, viene pubblicato. Ma senza quella conoscenza, il merito ha ben poca forza all’atto pratico.
È corretto dire, però, che con un piccolo editore le cose non vanno molto diversamente. Pur ammettendo eccezioni in entrambi i casi.
Un piccolo inciso: ho notato che la sua domanda fa riferimento a una grande casa editrice. Io utilizzo una diversa distinzione in riferimento alla realtà editoriale, e alla dicotomia grande/piccolo (editore), preferisco l’antitesi industria editoriale/casa editrice. Perché ho notato che nella testa delle persone, quando si parla di editori, grande e piccolo equivalgono a giudizi di merito e di qualità.

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?
Mi rendo disponibile laddove vedo impegno. Il mio sogno è che i miei allievi diventino presto miei colleghi. Su un altro fronte, cito, consiglio e adotto ai miei corsi romanzi di autori che ritengo validi e ignoro totalmente gli altri, indipendentemente dalla risonanza del nome dello scrittore, dai vari premi letterari, dalla casa editrice.

Che cosa pensa delle scuole di scrittura creativa italiane se riflette in termini di qualità?
In questo caso, mi spiace, ma non ho la necessaria conoscenza che mi consentirebbe di rispondere con competenza. A volte mi viene la curiosità di frequentare un corso di scrittura creativa, anche per entrare in contatto con modelli di insegnamento e programmi diversi dal mio. Quando mi si libererà una sera, chissà!

Ritiene che blog come Sul Romanzo possano essere utili in tale senso e quali sono i rischi all’orizzonte per proposte on line?
Mi piacerebbe dire che tutto serve, ma non ne sono davvero convinto. Il rischio che corrono molte di queste proposte è quello di un’eccessiva semplificazione della materia. Oltre a quello determinato dall’inevitabile distanza che separa l’allievo dall’insegnante. Mi riferisco in particolar modo ai corsi on line, dove sento mancare soprattutto l’elemento umano. Forse per un mio limite, forse per mia formazione o perché penso all’antica, tendo a dare molta importanza alla presenza fisica dell’insegnante, a una presenza continuativa. Mi fa piacere quando un allievo digita il mio numero di cellulare per chiedermi un consiglio di lettura o per andare avanti con il proprio racconto; così come mi piace trattenermi con gli studenti una volta terminata la lezione, magari davanti a un pizza. La psicologia dell’aspirante scrittore (non diversamente da quella dello scrittore professionista) è molto simile a quella dell’atleta: passa da momenti di euforia e di grande motivazione, a periodi di scoramento e di fragilità. Per questa ragione sono convinto che la presenza di un insegnante, che sia anche collega e amico, sia molto importante.
La mia impressione è che in un contatto on line non ci si possa mai mettere in gioco completamente e con sincerità. Quando vedo rapporti mediati unicamente da un computer, mi torna sempre in mente una considerazione poetica di Saramago: “Una e-mail non arriverà mai bagnata da una lacrima”.

Escluso lei, ci indichi qualche nome di insegnante di scrittura creativa in Italia che reputa professionale e originale, anche in ambito accademico.
Non ne conosco tanti. Ho stima di Davide Pinardi di cui ho apprezzato molto il saggio “Narrare – dall’Odissea al mondo Ikea”. Non a caso, come socio di una casa editrice, ho contribuito attivamente alla sua pubblicazione.

Quale consiglio darebbe a una persona che sta decidendo come valutare la serietà di un corso di scrittura creativa, non universitario.
Io mi limiterei a valutare pochi punti importanti prima di iscrivermi a un corso: che abbia un progetto ben definito (diffido sempre di chi non ne ha uno); che non sia un insieme di seminari, bensì un corso vero, di scrittura, tenuto da un solo insegnante, sempre lo stesso, che valuti i racconti degli allievi (diffidare, quindi, dei programmi conditi con molti nomi di docenti – anche se di scrittori noti: li si vede una volta e poi più); che abbia un numero limitato di partecipanti (da 10 a 15, al massimo). Poi, per esperienza, posso dire che un corso breve difficilmente può bastare, o meglio: dipende da che cosa si prefigge una persona. Se scrivere è un piacevole hobby, e magari la lettura una passione, poche lezioni possono bastare per acquisire una tecnica base sufficiente sia per scrivere sia per leggere con un po’ più di consapevolezza e padronanza. Ma se la scrittura è una passione, la strada da percorrere è certamente più lunga. Per questo ho voluto strutturare la mia scuola di scrittura creativa su più moduli: un breve corso iniziale di dieci lezioni e due moduli successivi. L’allievo può scegliere se continuare o fermarsi, in base alle sue esigenze.

 

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Scuola di scrittura creativa a Monza, parla l’insegnante-scrittore Walter Pozzi
di Marta Migliardi
(Trantran, mensile di Monza, n. 13, dicembre 2010)

 

Ci incontriamo una fredda mattina di Novembre in Piazza Trento e Trieste, a Monza, a pochi passi dalla Biblioteca Civica dove, da qualche anno, lo scrittore Walter Pozzi tiene dei laboratori di scrittura creativa. Mi sembra importante parlarne perché, spesso, si hanno opportunità straordinarie sotto il naso e non si vedono, perché c’è sempre, purtroppo, il brutto vizio di divulgare poco iniziative di stampo culturale. Io stessa, che vivo in Brianza da trent’anni, prima di intraprendere questo lavoro nel giornale ero all’oscuro che, affianco del Liceo Bartolomeo Zucchi, esistesse la possibilità di frequentare corsi di scrittura, oltretutto gratuitamente. Un’ottima occasione per tutti voi lettori che spesso ci scrivete racconti e ci chiedete consigli. Perché scrivere è un arte, una passione, ma anche un mestiere che va affinato e curato con la costanza e l’informazione. L’intervista non si svolgerà quella stessa mattina: il fato ha voluto giocare su un incontro non avvenuto quando, anni fa, a Milano frequentavo anche io una scuola di scrittura da dove l’insegnante Walter andò via lo stesso anno in cui io decisi di iscrivermi. Scusate la digressione, ma io avevo già conosciuto Walter attraverso i racconti dei suoi ex allievi e attraverso ardite trame degne di un romanzo Tolstojano. Una personalità descritta coloratamente, nel bene e nel male, e che, ampliando il ragionamento mi ha convinta che anche scrivere è destino. Come il pianoforte per il musicista, come la tela per il pittore. Avete presente l’odore dei libri e della carta?

“Trent’anni della mia vita li ho buttati, per altri cinque ho dormito, e gli altri, finalmente li ho vissuti”, raccontaci, in primis, chi è Walter Pozzi?
La frase, per quanto brutalmente riassuntiva, caratterizza molto il mio percorso intellettuale. Trent’anni sono quelli vissuti nel condizionamento, legato all’educazione familiare e all’addestramento/indottrinamento scolastico. Devo ammettere che uscirne non è stato facile, soprattutto dall’ampia serie di condizionamenti imposti dalla disciplina e dalla logica scolastiche. Comprendere che la vera funzione della scuola è quella di porre (e di imporre con ‘violenza’ attraverso la dinamica del voto e della promozione) agli studenti le basi culturali e gli automatismi di ragionamento di qualunque loro futuro percorso di pensiero, di scoperta del mondo e di crescita, è stata la più grande sfacchinata della mia vita. In questo percorso di coscienza mi hanno aiutato il fatto di non essere stato uno studente modello – ha contribuito una certa attitudine all’indisciplina ereditata da mio padre – e alcuni incontri importanti, tra i quali quello con il mio primo editore e il confronto con scrittori conosciuti in casa editrice. Nel frattempo ho scritto e pubblicato tre romanzi e ho cominciato l’attività, che svolgo tuttora con piena soddisfazione, di insegnante di scrittura creativa, in corsi presso la biblioteca di Monza e nella scuola che ho fondato nel 2003 a Milano. Quest’ultima è una realtà articolata, un progetto che nel tempo si è approfondito e ampliato: al corso focalizzato sull’arte del romanzo, infatti, modulato su più livelli di approfondimento, si è affiancato un corso di sceneggiatura, tenuto da Davide Pinardi, e sto organizzando un corso di giornalismo d’inchiesta che partirà il prossimo anno.

Ho letto che sei stato un istruttore di tennis, uno sportivo quindi, come sei arrivato dalla racchetta alla penna?
Quella del tennis è stata una passione giovanile che mi ha tenuto compagnia fino ai trent’anni, e devo dire che l’agonismo è stato una buona palestra. Mi riferisco in particolar modo alla componente psicologica di questo sport. Nella fatica del corpo e nel confronto con l’avversario, l’impegno della mente diviene un supporto fondamentale. Si impara a conoscere i propri limiti e a superarli. La partita è un corpo a corpo estenuante con l’altro. Sia dal punto di vista fisico che strategico: un’esperienza di poco più di un’ora che ti costringe a conoscere il tuo avversario (sotto il profilo sportivo: tecnico, quindi, e psicologico) molto in profondità.
Sostituendo la racchetta con la penna, mi sono reso conto che la differenza tra un atleta e un artista non è poi molta. Non ci si dà meno durante la stesura di un romanzo o di un racconto. Anche qui è un rapporto a due molto conflittuale. Il libro, così come l’avversario, diventa una sorta di doppio che a volte conquisti e altre volte ti sfugge. Ammetto tuttavia che la componente intellettuale, assente nello sport (in cui il gesto tecnico mira all’automatismo, quindi, a svuotare la mente), rende la scrittura un’esperienza unica e profondamente formativa per un individuo. Uno scrittore è un essere affamato di sapere, di realtà, di vita. E in più, rispetto all’atleta agonista, non mira ad abbattere un avversario e non ha ambizioni competitive, bensì fa del confronto un’esperienza formativa da condividere con la collettività.

Domanda simbolica: Federer o Nadal?
Federer è tecnica e strategia mentre Nadal è resistenza e tenacia. Occorrono entrambi nel bagaglio di uno scrittore.

Parliamo del tuo corso di scrittura presso la Biblioteca Civica di Monza, come si insegna a scrivere? La scrittura è un dono, un istinto o un mestiere che si può imparare?
Alla Biblioteca civica di Monza e alle persone che vi lavorano devo moltissimo. Sono quindi legato ai corsi della biblioteca per una questione affettiva oltre che professionale. È proprio alla civica che ho iniziato l’attività di insegnante, nel 2000.
La scrittura è un dono, di sicuro, ma anche mestiere e tante altre cose. Difficilmente si diventa bravi scrittori senza possedere degli strumenti di analisi della società in cui si vive. Senza sapere che noi, in quanto individui che si relazionano e che agiscono, produciamo significati. In qualunque momento della nostra giornata: dalla scelta dei vestiti a quello che diciamo. E avendo la scrittura a che vedere con il comportamento umano, con il vivente, inevitabilmente mette in scena un’interpretazione dell’esistente, si inserisce nel tessuto culturale (e, quindi, sociale), contribuendo alla formazione di modelli e di analogie nella testa del lettore. Per questo, scrivere è un atto di profonda responsabilità.
Per scrivere, quindi, occorre avere alle spalle un’importante formazione intellettuale.
La tecnica, per rispondere alla domanda, è, a sua volta, molto importante, e il suo insegnamento è ciò di cui mi occupo. Il dubbio che circonda le scuole di scrittura creativa è se si possa insegnare a scrivere. La mia risposta, per forza di cose, è sì.
Tra le mie attività, una parte rilevante è quella di direttore editoriale di una rivista di analisi politica, sociale e culturale, Paginauno, che riserva uno spazio alla pubblicazione di racconti inediti. Mi capita, quindi, di leggere molti elaborati inviati alla redazione, la maggior parte dei quali, purtroppo, per quanto ben scritti, non sono pubblicabili. Difettano proprio da un punto di vista tecnico. Sono privi di conflittualità, di forma narrativa e di potenza metaforica. Per un’opera di narrativa è un bel guaio.
Ecco, potrei dire che un corso di scrittura creativa, prima ancora di insegnare la tecnica, deve fare comprendere a un aspirante scrittore che esiste una tecnica. Che scrivere non ha nulla a che vedere con la scrittura sciamanica o con l’ideale romantico dello scrittore seduto sotto una pianta, catturato dalle suggestioni di un bel paesaggio, in attesa dell’ispirazione. Emozioni, osservazioni, sentimenti, ricordi, alla fine devono essere canalizzati all’interno di un costrutto narrativo. Un concetto valido per tutte le forme della narrazione umana, che si chiamino giornalismo, cinema, pubblicità o letteratura.

Tecnica o cuore, o entrambi?
Entrambi, intendendo per cuore la sincerità, la voglia di darsi, di entrare nella pagina con il proprio portato emozionale. Scrivere è anche trasporto, è immedesimazione, transfert. Uno scrittore che, in questi termini, non è sincero, non vale granché.

Quando e come è possibile iscriversi ad uno dei tuoi corsi?
Semplicissimo: è sufficiente telefonare alla Biblioteca di Triante, a Monza, e chiedere di iscriversi al prossimo corso che inizia a fine gennaio. Si tratta di un laboratorio di scrittura e di lettura aperto a tutti e gratuito. Meglio di così…
Per quanto riguarda i corsi della scuola a Milano, invece, sul sito si trovano tutte le informazioni.

Dai un consiglio ad uno scrittore esordiente…
Di non avere fretta di pubblicare, perché l’aspetto più importante di questo mestiere è il rapporto con quello che si scrive. La pubblicazione, semmai, è un problema di poi. D’altronde, quello dello scrittore non è certo un lavoro che dia fama o denaro, o, almeno, non lo si intraprende per queste ragioni. È un’arte, e, quindi, una passione. Una profonda relazione con se stessi, e, solo in un secondo passaggio, con gli altri. Un altro consiglio è quello di applicarsi con costanza alla scrittura. Mettercisi sopra il più spesso possibile, tutti i giorni. Allora sì che diventa un’esperienza unica, inimitabile e sempre irripetibile. Ma se non si tratta di una priorità della propria vita, tanto vale lasciar perdere.

Case editrici a pagamento: una realtà dovuta alla reale crisi dell’editoria o sciacallaggio a discapito di giovani scrittori?
La seconda delle due. Un editore deve investire economicamente sulla letteratura. Questo è un altro consiglio che posso dare: non pagate per pubblicare libri! Un editore serio si occupa dell’editing, della stampa (ovvero, se ne accolla le spese) e deve avere un contratto con un’agenzia che si occupi della promozione e della distribuzione dei libri. Altrimenti non è un editore, bensì uno che guadagna senza fare fatica a scapito della cultura, sfruttando l’ansia di pubblicare e l’ambizione di un aspirante scrittore divorato dal desiderio di vedere il proprio nome stampato sulla copertina del proprio romanzo. Finirà per ritrovarsi con un prodotto editoriale che non andrà mai in libreria e che, in compenso, avrà alleggerito il suo portafoglio.

 

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Altri destini. Una storia degli anni Settanta
di Giuseppe Ciarallo

 

Con i tuoi primi due romanzi, Il corpo e l’abbandono e L’infedeltà, ci avevi abituato a una dimensione del romanzo quasi intimista, dove la tua attenzione era puntata sulla vita interiore, a volte segreta dei vari personaggi; un’indagine psicologica tesa a scandagliare, con fredda determinazione, i comportamenti dei tuoi protagonisti. Nel nuovo lavoro tutto questo viene diluito in una visione più ampia; la piccola storia (“piccola” intesa come personale) di singoli individui, inserita nel crogiolo della grande Storia, quella con la maiuscola, la storia di una nazione, di un’epoca, dell’intera umanità. Un cambiamento di rotta, questo, che i lettori non potranno non cogliere. È solo una parentesi la tua oppure è cambiato qualcosa in te, come scrittore e ancor prima come uomo?
Altri destini è un romanzo diverso da L’infedeltà, esattamente come quest’ultimo apparteneva a una concezione di scrittura assai lontana dal precedente Il corpo e l’abbandono. È una considerazione valida soprattutto se si ragiona su una cifra stilistica. Credo però che da un punto di vista tematico non sia totalmente esatto definire il cambiamento operato in Altri destini come un mutamento di rotta o, eventualmente, una parentesi. Al termine di questo terzo romanzo è stato per me inevitabile cominciare a tirare le somme per comprendere i meccanismi messi in moto, anche come individuo, dall’attività di scrittore. Mi sono, così, reso conto di avere attraversato, con i miei personaggi e le mie storie, diversi stadi dell’essere, e di avere tracciato una sorta di tragitto umano. Voglio provare a riassumerlo.
Ne Il corpo e l’abbandono il giovane protagonista malato e destinato alla morte è costretto a uno stringente confronto con l’idea della propria scomparsa. Il corpo è diventato improvvisamente la sua prigione; una struttura detentiva priva di carcerieri e di sbarre nella quale non esistono verità in grado di garantire un conforto. Si muore, e basta. L’antagonista è la condizione umana che relega l’individuo in un contenitore di carne, muscoli e nervi, ponendolo in balia dei suoi funzionamenti.
Il romanzo seguente, L’infedeltà, sposta l’attenzione su un altro tipo di prigione, quella del condizionamento sociale. I personaggi, due coppie di innamorati, vivono nella necessità di compiere delle scelte, esattamente come accade a chiunque di noi. Passano gli anni, e un giorno si accorgono di avere sbagliato tutto. Nasce allora un confronto con se stessi, e con gli altri, che sfocia nell’analisi del concetto di infedeltà (intesa nella sua accezione più vasta); quella zona d’ombra in cui sono costretti a muoversi, per sopravvivere, tutti gli esseri umani nel confronto con l’altro. L’infedeltà quindi diventa un modo di evadere dalla prigione dei condizionamenti sociali ed etici che, con la loro pressione, conducono a scelte obbligate. Che so, mi viene a mente, come esempio, l’istituzione familiare.
In questo senso Altri destini diviene una sorta di compimento delle tematiche già espresse nei precedenti due romanzi. È la Storia, come dicevi tu, a entrare prepotentemente nella vita dei personaggi, schiacciandoli senza pietà. Il carcere di massima sicurezza in cui viene rinchiuso Max Zeri, diventa una reclusione fisica, ma soprattutto mentale. Qualcosa di più della malattia che affliggeva il personaggio de Il corpo e l’abbandono, durante la quale, almeno, era padrone di riflettere liberamente su di sé e sugli altri. In Altri destini però ritengo sia importante comprendere gli argomenti nascosti attraverso i quali le moderne forme occidentali di potere occupano gli spazi, anche i più intimi e personali, dell’individuo. E per farlo occorre seguire un percorso a ritroso che affonda nell’essenza stessa del sapere umano e che solamente chi scrive può intraprendere ed evidenziare.
Il primo passo è la denuncia di quella che io chiamo la “presa del Vocabolario”. Ogni forma di potere, nell’ambito di ciò che definiamo con molta leggerezza “società democratica”, per prima cosa s’impossessa del linguaggio, attribuendo i significati a concetti astratti quali Libertà, Democrazia, Famiglia, Patria, Guerra, Pace, Cultura. Senza che ce ne accorgiamo, vengono cambiate le definizioni di parole che rappresentano le colonne portanti del vivere quotidiano, archetipi di fronte ai quali qualunque discussione viene impedita. Così che la parola possa essere utilizzata per nascondere i concetti, invece di rivelarli. Consultando un vecchio vocabolario, mi sono divertito a notare il cambiamento di significato del termine “idealisa” dal 1972 a oggi. Il confronto è stato particolarmente illuminante perché mi ha mostrato in che maniera, cambiando il significato alle parole si possa cambiare il senso del mondo. Nel 1972 l’idealista era un individuo “mosso da un alto fattore”; oggi è una persona che “insegue sogni irrealizzabili”. E su questo dovrebbe riflettere chi scrive, invece di perdere il proprio tempo su noiosissimi romanzi di genere.

I protagonisti del tuo romanzo sono Max e Roman Zeri. Padre e figlio. Leggendo velocemente il nome di quest’ultimo, non può sfuggire l’assonanza con la parola “romanziere”. Considerando che il lavoro di Max è il giornalismo e quello di Roman la scrittura, viene da pensare che non si tratti di un caso.
Infatti non lo è. Padre e figlio, a parte una veloce parentesi al centro del romanzo in cui Roman è trentenne, entrano in scena a venticinque anni di distanza l’uno dall’altro, quando hanno quarant’anni. Simbolicamente assistiamo a un passaggio di testimone che il figlio fatica a raccogliere. La sua appare immediatamente come un’impresa difficile, perché non sa e, forse, perché non è completamente disposto a conoscere e ad accettare fino in fondo l’eredità morale che gli viene trasmessa. Non è un caso che Max, il padre, sia un giornalista e Roman uno scrittore. Il cronista ha il compito di informare dell’attualità , della vita di ogni giorno, legato com’è da un punto di vista professionale alla notizia. Al contrario lo scrittore interviene a clamori smorzati. Si siede, inforca gli occhiali, raccoglie e, se ne ha le capacità, rende duraturo, restituisce vita alla vita, tempo al tempo, a quel “sempre presente” che ingloba in sé la dialettica superficiale del divenire: passato/presente/futuro. Purtroppo, Roman è coinvolto in maniera personale, e da questo nascono le sue difficoltà.

Tema centrale del libro è indubbiamente la Memoria. La memoria vista come un esercizio da praticare costantemente, per mantenere viva l’attenzione onde evitare gli errori/orrori del passato. La memoria avvertita come un dovere , come un sentire da tramandare, al pari di un testimone (che nome azzeccato per un semplice bastoncino di legno!) di generazione in generazione. Il tuo romanzo tratta di un periodo storico un po’ scomodo, raramente visitato in letteratura, quello dei cosiddetti “anni di piombo”, del terrorismo, della teoria degli opposti estremismi, argomento questo poco “nobile”, facilmente travisabile rispetto a già metabolizzati momenti quali la Resistenza, la Shoah ecc.; ecco, per te, che ruolo può avere la Memoria in un’epoca difficile come la nostra, un’epoca in cui sta prendendo pericolosamente piede la pratica del revisionismo storico teso a negare orrori ampiamente documentati, a confondere le vittime con i carnefici, a banalizzare e ridicolizzare la sofferenza e i destini di milioni di individui stritolati dagli ingranaggi disumani della Storia?
Alla fine torniamo ancora alla presa del Vocabolario. Tu parli di memoria, e ci accorgiamo immediatamente che non sappiamo più di cosa stiamo parlando esattamente. O meglio, tu e io lo sappiamo perché siamo legati da una certa affinità e perché comunichiamo nella stessa “lingua”; per cui quando diciamo Olocausto sappiamo di parlare della stessa cosa. Eppure, discutendone anni dopo (al momento quindi della memoria), quando anche l’ultimo testimone non c’è più, potremmo trovare tre persone che ne parlano con intenti diversi l’uno dall’altro. Il primo ne negherebbe l’esistenza, il secondo l’affermerebbe per tenerne vivo il ricordo così che gli orrori non si ripetano mai più, e il terzo, se ne approprierebbe usandolo per propri fini. La domanda quindi ritorna: di quale memoria parliamo? Chi ha in mano il vocabolario? Il revisionismo in fondo non è un’esclusiva di questa epoca ma un fenomeno prodotto dal concetto stesso di storia, dalla sua malleabilità e, di conseguenza, della sua interpretabilità. Sappiamo bene quanto la politica faccia uso dei paradigmi storici. Ciò non rappresenta necessariamente una buona ragione per non prendere posizione, e per chi scrive il modo migliore per farlo consiste nel ripercorrere i fatti, mostrandoli così come sono avvenuti. E poi, a chi tocca il compito della memoria? La risposta in Altri destini è: ai Roman Zeri. Se devo sapere cos’è stato il fascismo leggerò dei saggi storici, ma mi affiderò anche ai romanzi dell’epoca. Leggerò Cronache di poveri amanti di Pratolini, Il partigiano Johnny di Fenoglio… Il buon romanzo ha la forza di puntare il proprio fascio di luce sull’uomo tenendone sotto controllo la temperatura. In realtà, la letteratura è l’unica vera forma di coscienza dell’umanità, una possibilità per essa di specchiarsi, creare analogie e accorgersi del suo stato. Il check-up che gli permette di curarsi prima che sia troppo tardi. Per questo ritengo che in futuro avremo sempre più bisogno della narrativa. Non di tutta, certamente; e nella ricerca dei buoni libri di sicuro non ci aiuterà il prepotente affermarsi dell’industria editoriale con il suo asservimento alle dinamiche commerciali. Ma chi vorrà sapere avrà modo di soddisfare il proprio bisogno.

Per cui la morte del romanzo è ancora molto lontana.
Sicuro. Sono le forme del potere a desiderarne il decesso. Chi gestisce il sistema – con la complicità di scrittori e case editrici – che, depauperizzandolo, lo concepisce solo come forma di evasione e di distrazione. Per cui hai ragione quando affermi che la memoria va avvertita come un dovere. Mi fa piacere che tu dica che Altri destini punta lo sguardo sui cosiddetti “anni di piombo”. Tratta di un episodio volutamente dimenticato e ignorato da politici, storici e scrittori, e sceneggiatori, rei in questi trent’anni, di avere sempre trattato gli anni Settanta con polsi e gambe tremanti. Fiumi di parole; eppure, in realtà, nessuno ha ancora avuto il coraggio di compiere un’operazione di igiene mentale: allontanarsi dal linguaggio del regime e di schieramento per comprendere, per raccontare veramente quegli anni. Chi scrive ha il dovere della lucidità e del distacco. Per lo scrittore vero non esiste differenza tra il sublime e l’abietto. Yeats scrisse che “abbiamo nutrito il cuore di fantasie, e quel cibo ha reso il cuore brutale”. Tanto più scendi in profondità, tanto più la verità appare orribile. Contrariamente a quanto si pensa, per fare chiarezza occorre spostarsi dalla luce al buio, non il contrario.
In molti mi hanno chiesto perché scrivere oggi un romanzo sugli anni Settanta. Un’osservazione del genere denota proprio l’idea che su quel periodo la storia abbia ormai detto tutto. Ma nel momento in cui Gasparri può in Parlamento auspicare un nuovo processo 7 aprile (tra l’altro collocandolo nel 1978, invece che l’anno seguente), senza sollevare indignazione né nel mondo politico né in quello intellettuale, capiamo fino a che punto l’Italia sia un Paese incapace di fare i conti con la propria storia; nonché il livello di ignoranza, se non di malafede, in cui vive l’intellettualità ufficiale. Ecco perché pubblicare un romanzo su quel periodo. Altri destini mostra proprio quale funzione svolgano processi come quello del 7 aprile 1979.
In Altri destini ho cercato di limitarmi a mostrare le cose così come sono accadute, che sia il lettore a giudicare in piena autonomia; che veda ciò che la televisione non ha trasmesso e che legga ciò che i giornali non hanno scritto. E capisca la gravità delle parole di Gasparri.

Già nel 2001, dopo i tragici giorni del G8 di Genova, ma ancora oggi, se si pensa alle proteste degli studenti a Roma, è emerso il tanto preoccupante quanto incomprensibile silenzio, salvo pochissime eccezioni sorte dal mondo della cultura non ufficiale, di un’intera classe di artisti e intellettuali del nostro Paese. Un silenzio che pesa come un macigno vista la portata dei recenti provvedimenti che vanno a incidere su tutti gli ambiti della nostra vita comunitaria: dalla cultura alla giustizia, dalla sanità alla scuola, dai servizi sociali all’esercizio dei più elementari diritti individuali. Cosa ne pensi del ruolo degli intellettuali in una società come la nostra? È lecito che uno scrittore si rinchiuda nel suo piccolo mondo e si limiti a scrutare l’esterno con una sorta di distacco o ha il dovere morale di intervenire, di denunciare all’occorrenza, di essere testimone e coscienza critica della sua gente?
Nel silenzio di cui parli non ho visto alcunché di nuovo. E gli intellettuali, quei pochi, che adesso si sbracciano, qualche anno fa tacevano davanti alle nefandezze che anche i governi del centro-sinistra mettevano in pratica (l’introduzione della flessibilità lavorativa, i bombardamenti sui civili in Kosovo, lo sdoganamento dei tangentisti, l’indifferenza di fronte al conflitto di interessi di Berlusconi…). E questo silenzio a cosa era dovuto? Il problema dell’intellettualità italiana ha radici antiche e risale al concetto di corte. I protagonisti della cultura italiana sono fondamentalmente cortigiani. Ma per fortuna esistono anche scrittori che dissentono dalle dinamiche del potere, quale che esso sia; il problema è che non è dato loro modo di accedere ai grandi mezzi di comunicazione. L’ordine culturale è un nucleo serrato come un pugno, una sorta di corporazione alla quale si accede solamente passando dall’interno. Per questo li sentiamo insorgere quando vengono privati di un privilegio o quando viene attaccata la loro fazione. Non è così che può funzionare. L’intellettuale deve essere un nervo scoperto della società. Con un governo di destra deve porsi a sinistra, con un governo di sinistra deve stare ancora più a sinistra.

Quali sono, secondo te, i doveri di un intellettuale?
Conservare la libertà, criticare senza riserve le idee preconcette, rifiutare ogni alternativa troppo semplicistica e restituire i problemi alla loro complessità.

Per scrivere il tuo romanzo Altri destini, avrai senz’altro passato molto tempo a scartabellare tra giornali e documenti dell’epoca, a interrogare testimoni di quel periodo della nostra storia. Quali sono state le tue emozioni, cos’hai provato nello scoprire quei mondi sistematicamente banditi dai media, autentici tabù come le pratiche disumane nelle carceri, le torture in un Paese che si vanta di essere esempio di democrazia e che anzi ha la presunzione di affermare, attraverso i suoi capi, l’esigenza di esportarla anche imponendola con le armi?
Sull’esigenza di esportare la democrazia con le armi, è inutile spendere parole, dato che si tratta di una colossale menzogna per nobilitare e riesumare l’antico colonialismo. Per quanto riguarda le scoperte sui giornali dell’epoca, è una pratica che consiglio a tutti. Per realizzare la grande quantità di “inesattezze” costruite non esiste niente di più indicato che andare in biblioteca a consultare i vecchi quotidiani, adesso che alcune verità sono state ripristinate. E siccome la memoria è uno specchio dell’attualità, bisogna pensare che stia accadendo la medesima cosa per quanto riguarda gli avvenimenti attuali. In Altri destini ho voluto evidenziare questa pratica pubblicando per intero un articolo uscito su un importante quotidiano nazionale il giorno dopo la repressione della rivolta in un noto carcere di massima sicurezza. Sul giornale non era però descritta la violenza usata dagli agenti su persone disarmate, inermi a già immobilizzate. Al contrario venivano esaltati “i ragazzi dei reparti speciali” addestrati a combattere senza uccidere, a usare proiettili di gomma, a fare del male solamente se costretti… La realtà poi era un po’ diversa, ma a quanto pare non doveva essere raccontata. Giusto così, tutto sommato. Tocca a Roman Zeri tornare sul luogo del delitto e restituire vita alla vita, attraverso la finzione.

Un capitolo del libro, solo apparentemente staccato dal resto della narrazione, è ambientato in una prigione argentina, Paese in cui, all’epoca dei fatti raccontati, era in atto una sanguinosa repressione da parte di una feroce dittatura militare. Come a dire: stesso periodo storico, situazioni apparentemente diverse, metodi simili. Forse non aveva affatto torto Fabrizio De André quando in una delle sue più belle canzoni affermava che “non esistono poteri buoni”.
Una frase del genere, condivisibile, se vera, o se accettata come verità assoluta, ci inchioderebbe definitivamente all’inattività e alla rassegnazione. Continuo a credere che possano esistere, se non poteri buoni, almeno poteri mossi da alti valori. Mi rendo conto che è difficile credere all’esistenza di un regime democratico, nell’accezione fin qui esistente; ma rifiuto di credere che non esistano altre strade. I miglioramenti devono passare prima attraverso gli individui. Chi si occupa di cultura deve prendersi la briga di tornare a pensare l’essere, ripartendo da quelle basi etiche insite nel subconscio dell’uomo sin dalla notte dei tempi. Niente che non sia già stato scritto; quelle due o tre cose che gli uomini devono riconoscersi a vicenda, sulle quali ricostruire un nuovo individuo. Difficile? Può darsi, ma forse nemmeno troppo. Basterebbe semplicemente che ognuno assumesse su di sé l’onere di rappresentare personalmente l’essere umano che ritiene essere ideale e andare a spasso, proponendo la pubblicità di se stesso invece che delle grandi firme.

 

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Il filo della memoria dagli anni settanta a oggi. Incontro con Walter G. Pozzi, già autore de "L’infedeltà" per parlare del suo ultimo romanzo, degli anni Settanta e dell’importanza del “saper leggere”.
Sara Dania, Virgilio.it

 

Cortei, fazzoletti e lacrimogeni. Urla e manganelli. Un inizio ad alta tensione per «Altri destini», l’ultimo romanzo di Walter G. Pozzi: il racconto di una manifestazione in cui un ragazzo muore, evento drammatico che segnerà il destino dei protagonisti. 25 anni dopo, il maglione insaguinato della vittima viene ritrovato per caso da Roman Zeri: è l’inizio di un viaggio che lo porterà a indagare sulla vita di suo padre Max, coraggioso direttore di un giornale indipendente. Sullo sfondo della vicenda, gli anni di piombo e il terrorismo, ma soprattutto la repressione del 1979 che travolse decine di intellettuali.

Il nuovo romanzo è ambientato negli anni Settanta: quanto è importante per capire e apprezzare «Altri destini» aver vissuto gli anni di piombo o perlomeno avere una coscienza storico-politica?
Credo che la maniera migliore di avvicinarsi ad «Altri destini» sia cercare una storia. Il contesto storico è soltanto un successivo livello di lettura. Importante, sicuramente, ma ciò che c’è da sapere su quegli anni, per quanto riguarda la vicenda che racconto, è presente nel romanzo stesso. Al lettore non si chiede un esercizio supplementare di memoria, al contrario. Avere vissuto intensamente gli anni Settanta può essere a un tempo d’aiuto e da ostacolo. Il primo caso garantisce la padronanza della materia; il secondo può risentire della difficoltà di accettare un diverso punto di vista. In realtà, il ricordo di quel periodo è vivo nella maggior parte dei lettori del mio romanzo. I più giovani devono invece combattere con una serie di idee acquisite attraverso pareri altrui e attraverso una terminologia creata ad arte per generare confusione. Basti pensare alla definizione «Anni di piombo». L’idea che la parola «piombo» suggerisce, non ha niente a che vedere con la creatività e la vivacità culturale che quel periodo ha prodotto. L’immagine implicita in una simile definizione riguarda la sola violenza e i morti. C’è dell’altro e, in qualche modo, quest’altro viene costantemente negato, anche in maniera subliminale. Ciò non toglie che tutti ne parlino senza dire nulla, soprattutto in questo periodo. In fondo si tratta di un modo sofisticato di tacere.

Il lettore attento riconoscerà in alcuni nomi realtà che sono veramente esistite e che hanno avuto un ruolo nella storia recente italiana. Perché hai sentito la necessità di cambiare questi nomi?
Per non contestualizzare troppo la vicenda. Per evitare che la realtà divenisse l’unica tematica del romanzo, occultando il suo vero obiettivo: analizzare le dinamiche delle moderne forme occidentali del potere. Mi piacerebbe che questo romanzo potesse essere letto tra cinquant’anni e venire identificato come qualcosa di più profondo che non come una semplice analisi di un periodo storico.

Non credi che un giovane lettore perda così l’occasione di conoscere un momento determinante del nostro passato?
In effetti affido alla narrativa la dignità di strumento di conoscenza. Ma «Altri destini» non nasce come romanzo storico. Come ho già spiegato, il mio intento era quello di scrivere una storia sul Potere e sulle dinamiche repressive di una democrazia occidentale. Personalmente non credo all’esistenza di un regime democratico, inteso come momento di assoluta libertà politica e, insieme, di evoluta civiltà sociale. Alla fine siamo sempre di fronte a un forza superiore all’individuo, impegnata a preservare se stessa e i privilegi di pochi. Le libertà consentite sono in realtà quelle di lavorare e di acquistare, di lamentarsi al bar sotto casa e di votare ogni tanto per partiti che si dividono pacificamente i ruoli di governo e opposizione. In realtà, all’interno di strutture democratiche, le differenze ideologiche tra gli schieramenti sono minime, quando ci sono, e, seppure nella loro suddivisione dei ruoli, i partiti sono chiusi come un nucleo di controllo molto forte e compatto. Quindi, se un giovane vuole conoscere la storia più recente, avrà sicuramente da «Altri destini» un aiuto, ma dal momento che l’intento del romanzo è quello di essere trasversale al tempo, avrà modo di conoscere nel dettaglio le dinamiche del Potere. Ciò che ho descritto nel romanzo, è accaduto in Italia nel 1979, ma non è dissimile da ciò che è accaduto nell’epilogo della guerra di Spagna, o dagli eventi della primavera di Praga, accaduti di fronte a un occidente convenientemente paralizzato. E non sarà diverso da molti altri fatti che accadranno in futuro.

Nel romanzo, usi spesso la tecnica del flashback. E’ una strategia consapevole per allentare la tensione emotiva del racconto o si tratta di un omaggio inconscio all’arte del cinema e della sceneggiatura?
Più che di flashback, parlerei di diversi piani temporali. Il primo capitolo è ambientato nel 1976, il secondo nel 2000, il terzo e il quarto negli anni Ottanta, il quinto - che occupa la sezione più lunga del romanzo - nel 1979, il sesto nel 1978, il settimo nel 1999, l’ottavo ancora nel 1978, il nono e il decimo nel 1976, l’undicesimo nel 1979, il dodicesimo e il tredicesimo nel 2000. Si tratta di movimenti narrativi, simili a movimenti musicali. Come dicevo prima, il primo capitolo è veloce, il secondo è lento, il terzo è un adagio… Ma diventerebbe un discorso troppo lungo. In effetti, però, del mio romanzo, mi piacerebbe, più che assistere a una riduzione cinematografica, ascoltarne una traduzione musicale.

Tecniche di scrittura: tu dirigi anche il Laboratorio di Scrittura Creativa il cui motto è “Leggere meno, leggere meglio”. Affermi infatti che «per diventare scrittore, oltre a sapere scrivere, occorre prima di tutto saper leggere». Cosa significa “saper leggere”?
Prima di tutto, saper leggere significa saper scegliere i romanzi. Distinguere cioè quelli buoni da quelli pessimi. Significa affrancarsi dalla critica letteraria, oggi sempre più legata a una proposta commerciale più che culturale. Raramente i romanzi importanti sono recensiti sui giornali, e spingerei la mia provocazione fino a dire che raramente li si trova in libreria. Gli allievi del mio corso avanzato di scrittura hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per acquistare «Canto di Salomone» del premio Nobel Toni Morrison. Naturalmente, il motto “leggere meno e leggere meglio” sottolinea l’importanza di leggere due volte un classico, piuttosto che due romanzi di quelli, per così dire, alla moda. Oltretutto, una rilettura attenta permette di entrare nell’officina di uno scrittore, e di comprendere i motivi delle sue scelte stilistiche e narrative. Nei miei corsi di scrittura si legge molto.

Quali “esercizi” consiglieresti a una persona che volesse imparare a leggere pur non aspirando alla carriera di scrittore?
Ogni romanzo mostra la storia di un cambiamento. Un esercizio potrebbe consistere nel chiedersi in quale maniera il protagonista della storia cambi. Cosa voleva all’inizio e cosa vuole alla fine. Quali eventi hanno contribuito a mutare la sua visione della vita. In che maniera lo scrittore ha mostrato che il protagonista sarebbe potuto cambiare e quali eventi hanno contribuito a questo cambiamento.

Imparare a leggere in 10 libri: quali titoli consiglieresti?
Dieci titoli tra tanti libri importanti. Devo inevitabilmente attingere dal bacino dei classici: Bibbia, Odissea, Amleto, Don Chisciotte, Jacques il fatalista e il suo padrone, Faust, Madame Bovary, I promessi sposi, Moby Dick, Anna Karenina.

 

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Due chiacchiere su L'infedeltà
(giugno 2000)

 

Come mai un romanzo sull’infedeltà?
Perché volevo scrivere una storia che entrasse, per quanto possibile, nelle profondità di quel curioso mistero che unisce due persone. E più lavoravo e più realizzavo che una delle costanti del vivere umano fosse caratterizzato da una fondamentale necessità di tradire, non solo la persona con cui abbiamo una relazione, ma anche se stessi. Da questo nasce il titolo, che non vuole essere né intrigante né fuorviante, come invece hanno affermato alcuni.

Eppure il titolo raggiunge il risultato di incuriosire e, ho notato poco prima in sala, che quando il dibattito si spostava in maniera specifica sul problema della fedeltà l’interesse aumentava. E’ solo un caso?
Naturalmente, no. Io credo che il romanzo tenti di sviscerare le diverse infedeltà presenti nell’uomo. Non tutti, sarebbe impossibile farlo per ragioni connaturate alla natura di una narrazione. Proprio per questo un romanzo non potrà mai essere considerato come un trattato di psicanalisi, o di sociologia o di politica. Però, avrai notato leggendo L’infedeltà, il tradimento amoroso è solamente una delle parti della narrazione.

Però chissà perché il lettore leggendo il titolo immagina subito quello.
Sono d’accordo, ed è normale in un tipo di società che ha ristretto l’uso del vocabolario a poche parole dai significati standardizzati. Oggi che ogni struttura mediatica è impegnata ad annullare la capacità critica dell’individuo, capita che i termini vengano impiegati in riferimento a una utilità diretta. Il tradimento, le corna, sono il materiale più immediato su cui convergono i diversi messaggi, pubblicitari o narrativi sul modello delle fiction televisive e delle telenovela. Inondati come siamo, è perfettamente normale che si finisca per pensare come il sistema impone. Ecco allora che diventa meccanico, appena si legge una parola, ridurne i significati fino a rinchiuderla nei recinti della banalità.

E qual è l’infedeltà più praticata delle persone?
Quella della mente, non ho dubbi. La realtà riserva ben poche emozioni se non le si contrappone un’esistenza immaginaria, costellandola magari di desideri e di realizzazioni virtuali.

In questo ci aiuta la televisione, non credi?
Tutt’altro! La televisione rende più grama l’esistenza facendo credere che solamente stando dentro lo schermo si è qualcuno. Al di fuori invece si è soli. Là tutti sono belli, ricchi, brillanti e hanno successo. Per cui mi chiedo con quali occhi, dopo avere visto tanta perfezione, si riesce la sera a guardare il proprio partner. Con una cultura simile l’anonimato diventa difficile da sopportare. In fondo è anche il messaggio sfruttato dalla pubblicità.

In che senso?
Nel senso che non produce solamente gente famosa bensì anche e soprattutto «testimonial». Il messaggio in sintesi è questo: tu sei un poveraccio, mentre questo è ricco e famoso. Guarda l’orologio che ha al polso. Se vuoi uscire anche tu dalla fascia dei poveracci devi comprare quell’oggetto. E’ in questa sorta di transfert che si gioca tutta la pubblicità. E tu che fai? lo compri. Non è già questa, in fondo, una forma di infedeltà per noi poveri mortali. Ogni messaggio viaggia su questo, e non solo negli spot. Una volta creato il linguaggio, tutto diventa pubblicità.

Ritorniamo all’infedeltà così come appare nel tuo romanzo.
L’infedeltà da cui prende il titolo il libro è solo uno dei temi narrativi. E’ quello dà cui ha origine l’intreccio. Essa si evidenzia non nel tradimento, che quando avviene ha la leggerezza della completezza dell’essere e non già dell’inganno, ma nel ragionare sull’abitudinario vivere l’amore di coppia che incapsula le persone in ruoli stabiliti da cui poi cercano di uscire. L’infedeltà è mentale, in quanto l’essere non è la specificità di essere marito e moglie, ma anche altro che l’usura della consuetudine nasconde. Questo altro può affiorare come un desiderio di libertà, che vada oltre i canoni usuali, qualcosa che accende la passione, come nuovo entusiasmo d’amore. E’ questo un ritrovarsi e un rinnovarsi. La vera infedeltà è anche proporre al partner false maschere in una dimensione etica con il timore di non ritorno, come per Marzio, il protagonista del romanzo. L’infedeltà è la ricerca di libertà di affermare il proprio Io in una dimensione estetica, di imprevedibilità, come per David, l’altro protagonista maschile che si contrappone a Marzio.

Ecco, parliamo dei due protagonisti maschili. Perché nelle loro diversità caratteriale e di scelta di vita, appaiono entrambi infelici, in preda all’angoscia e all’insoddisfazione?
Marzio ama, si sposa, si annulla nella compagna, si riduce in un ruolo che non dà nuovi slanci né felicità. David ama, ma conserva il suo Io, la sua imprevedibilità, non si sposa ma si sente in colpa. Il rischio per entrambi è l’angoscia: angoscia di avere ma non di essere, angoscia di essere ma non di avere.

Infatti l’angoscia è l’altro tema esplorato sul filo della logica e che è strettamente legata all’amore come perdita d’identità. Cosa mi dici?
Eh, l’identità… Basta poco per perderla: una palla senza una elle (qui Pozzi si riferisce a uno dei momenti più poetici del suo romanzo) diventa pala e la bella rotondità giocosa diventa strumento per scavare una fossa. Un padre al di fuori delle mura domestiche non è più lui; una moglie che si incontra per strada perde i connotati usuali e diventa un’altra donna.

Fin qui i personaggi maschili. Però l’infedeltà nel romanzo non viene praticata solo da loro. Alla fine appaiono delle differenze anche nel modo di tradire. E’ un caso legato ai personaggi che hai scelto, o è connaturato alla diversa natura dell’uomo e della donna?
Ecco il punto! L’errore sta nel pensare che esista un solo tipo di infedeltà, la stessa per l’uomo e per la donna. Non è così, a mio modo di vedere, e in questo senso i personaggi non sono legati alla storia in virtù del loro carattere, bensì in quanto archetipi delle essenze dell’uomo e della donna.

Ti riferisci al diverso modo che hanno di relazionarsi con l’altra persona?
Esatto. Non è solo un luogo comune dire che uomo e donna sono sentimentalmente diversi. In questo l’uomo è piuttosto mediocre nel bene e nel male, nel senso che non sa amare profondamente, ma alla stessa maniera non sa nemmeno odiare. Cose che invece riescono alla grande e in maniera spesso spettacolare nel caso della donna.

E questo, secondo te, perché?
Perché la donna investe sempre tutto in amore. Naturalmente parliamo sempre per linee generali. Quando la donna parla di condivisione, l’uomo non sa nemmeno cosa lei voglia dire. E questo perché l’uomo, in un rapporto cerca il riconoscimento di se stesso; vuole qualcuno per essere il centro del mondo, salvo poi lamentarsi di questa condizione quando la donna si dice insoddisfatta del rapporto. La donna, invece, quando cerca condivisione lo fa anche con piena disponibilità di cambiare essa stessa allo scopo di crescere. Insieme, però; e in questo dimostra grande malleabilità. L’uomo invece non ama i cambiamenti, adora le proprie convinzioni che lo cullano dandogli sicurezza. Solo che finisce per dimostrare la sua inguaribile insicurezza. Ma bada, questa tipicità caratteriale non vale solo per l’amore. Visto che stiamo parlando di un libro ti porto un esempio di tipo, diciamo, editoriale. La letteratura è per sua natura territorio di ambiguità perché solleva domande e non dà risposte; suo dovere è illuminare le zone d’ombra della società e dell’individuo e in questo risiede la sua funzione intellettuale; da un romanzo, che sia degno di questo nome, puoi solo avere dubbi e mai delle risposte. E infatti, in grande percentuale sono le donne le vere fruitrici della letteratura. L’uomo in linea di massima non legge. Tutt’al più ti capiterà di vederlo con il giornale in mano e, guarda caso, quel quotidiano che la pensa come lui, che non lo scuote dalle sue certezze. Perché non vuole, non gli interessa.

E’ una forma di paura, o sbaglio?
Ma l’uomo, in amore, è un grande vigliacco. Se non vuoi vederlo crollare non chiedergli mai di essere sincero. Lo devi interpretare, leggere nelle sue parole.

Uno dei momenti più divertenti dell’incontro di poco fa è stato proprio la citazione di alcune espressioni tipiche dell’uomo e la giusta interpretazione che bisogna darne. Ti spiacerebbe ripeterle?
(Ride.) Le frasi classiche sono tre: «Ti voglio bene ma non ti amo», che significa: ti voglio lasciare ma non ne ho il coraggio. «Sono in crisi», che significa: ho un’altra. E l’ultima che è un sempreverde, «Non vediamoci per un po’», che vuole dire: fammi provare come va con l’altra e se non mi trovo bene torno da te.

Ma sono tutti così gli uomini?
Tutti, tranne il sottoscritto.

Nel romanzo sembra esserci un personaggio chiave con cui tutti inevitabilmente finiscono per confrontarsi. Si tratta di David. Cosa rappresenta?
L’uscita dagli schemi. Nel romanzo è spiegato con la metafora del casinò, funzionale a chiarire perché l’uomo per vivere schematizzi la realtà organizzando la propria umanità all’interno di regole sociali, civili e religiose. Il che può non essere un concetto condannabile. Lo diviene se poi ci si dimentica di avere attuato questa schematizzazione. Qui avviene un’altra forma di infedeltà. Nell’economia della trama, invece, David rappresenta per Marzio l’idea di conservare la libertà; per Norma invece David è un amore che la blocca nel raggiungimento dei suoi obiettivi e che la costringe a fuggire per non morire, mentre per Chiara serve a dimostrare a Marzio che il tradimento è ritrovarsi e non perdersi. Il problema è che David sperimenta su se stesso che essere liberi non significa automaticamente essere appagati, essere liberi significa forse rinunciare a qualcuno che possa essere un punto fermo nella vita; forse significa essere sempre insoddisfatti.

Tuttavia in fondo c’è una soluzione all’angoscia del gioco delle parti. La soluzione la trova Chiara, ma tu non le hai mostrato gratitudine. Nel momento stesso in cui lei ha concretizzato la soluzione, che il marito intellettuale ha involontariamente indotto, le hai spento la fonte d’ispirazione. Allora mi chiedo, cos’è la felicità?
La felicità è concretezza, non metafisica, il che è un invito a non pensare. Chi si sente appagato non ha bisogno di altro. L’amore allo stato nascente genera appagamento. L’innamorato non pensa, gode dell’attimo a sua disposizione. Solo la passione può far raggiungere in momenti sparsi della vita la felicità. Il problema è che il binomio passione/felicità non dura una vita, è composta di momenti e non può raggiungere l’amore eterno, quell’amore che per concretizzarsi ha bisogno di approdare formalmente alla convivenza o al matrimonio. Eppure… eppure ciò che convenzionalmente è amore/matrimonio, con il tempo, fa assumere agli amanti un’identità in funzione del ruolo di marito o di moglie, che non è l’intero essere dell’individuo, ma solo la parte che riguarda il ruolo che svolge.

Allora non bisogna pensare alla felicità. E’ questa la soluzione?
Ma questo è impossibile! La ricerca della felicità è una tensione insopprimibile, come il desiderio della libertà di «essere in se stessi» e non in funzione dell’altro. La non felicità genera la noia. Questo agitarsi in uno stato di ricerca della felicità e dell’amore mette tutti i personaggi in uno stato di moto perenne, ma è un falso muoversi che in realtà non approda da nessuna parte. David e Chiara, due libertà che si incontrano, non raggiungono la felicità e l’amore.

Allora il vero amore e la vera felicità sono nel ricordo?
Diciamo che il ricordo fissa nel passato gli avvenimenti e ha il pregio almeno di renderli immutabili.

Allora, ricapitolando: il problema sollevato dal romanzo sta nel comprendere cosa significhi infedeltà, se e come queste due coppie possano raggiungere la felicità, e come possa l’amore essere eterno. Sei d’accordo?
Sono d’accordo sul fatto che il problema alla fine resta sempre un problema.

Parliamo invece della tua scrittura. Cosa dici a chi ti taccia di kunderismo?
Se ho voglia di prenderlo come un complimento incasso il commento. Ma siccome non vuole esserlo, rispondo che non ha capito niente del libro. Che io non scrivo come Kundera, ma che anzi ne sono stilisticamente molto lontano lo dimostra il mio primo romanzo Il corpo e l’abbandono. Il fatto è che L’infedeltà si divide idealmente in due parti. La prima ha un andamento quasi saggistico. Dico quasi perché un saggio non ha personaggi. E’ percorsa da digressioni che hanno come scopo quello di smantellare i luoghi comuni che popolano le opinioni sull’amore. Vengono analizzati i personaggi nei loro rapporti ed è vero che appare chiaro da subito che i protagonisti non sono realmente esistenti, ma una sorta di identità da laboratorio. Questo, lo riconosco potrebbe animare sospetti di kunderismo. Ma nella seconda di queste due parti ideali, i protagonisti si liberano dal giogo cui li avevo sottoposti, si liberano cioè dalla mano dell’autore e cominciano a vivere. E vivere vuole dire sbagliare, purtroppo. E’ probabile che la prima parte possa disorientare il lettore, ma mi sento di potere affermare che il piacere che deriva dalla lettura della parte «più narrativa», è forse dovuto alle trappoline che ho sistemato qua e là tra una digressione e l’altra.

Un romanzo per lettori, quindi?
Ho capito cosa intendi dire e, con finta polemica, ti rispondo che un romanziere scrive per i lettori.

 

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