Conversazioni con Walter G. Pozzi

Come mai un romanzo sull’infedeltà?

Perché volevo scrivere una storia che entrasse, per quanto possibile, nelle profondità di quel curioso mistero che unisce due persone. E più lavoravo e più realizzavo che una delle costanti del vivere umano fosse caratterizzato da una fondamentale necessità di tradire, non solo la persona con cui abbiamo una relazione, ma anche se stessi. Da questo nasce il titolo, che non vuole essere né intrigante né fuorviante, come invece hanno affermato alcuni.

Eppure il titolo raggiunge il risultato di incuriosire e, ho notato poco prima in sala, che quando il dibattito si spostava in maniera specifica sul problema della fedeltà l’interesse aumentava. E’ solo un caso?

Naturalmente, no. Io credo che il romanzo tenti di sviscerare le diverse infedeltà presenti nell’uomo. Non tutti, sarebbe impossibile farlo per ragioni connaturate alla natura di una narrazione. Proprio per questo un romanzo non potrà mai essere considerato come un trattato di psicanalisi, o di sociologia o di politica. Però, avrai notato leggendo L’infedeltà, il tradimento amoroso è solamente una delle parti della narrazione.

Però chissà perché il lettore leggendo il titolo immagina subito quello.

Sono d’accordo, ed è normale in un tipo di società che ha ristretto l’uso del vocabolario a poche parole dai significati standardizzati. Oggi che ogni struttura mediatica è impegnata ad annullare la capacità critica dell’individuo, capita che i termini vengano impiegati in riferimento a una utilità diretta. Il tradimento, le corna, sono il materiale più immediato su cui convergono i diversi messaggi, pubblicitari o narrativi sul modello delle fiction televisive e delle telenovela. Inondati come siamo, è perfettamente normale che si finisca per pensare come il sistema impone. Ecco allora che diventa meccanico, appena si legge una parola, ridurne i significati fino a rinchiuderla nei recinti della banalità.

E qual è l’infedeltà più praticata delle persone?

Quella della mente, non ho dubbi. La realtà riserva ben poche emozioni se non le si contrappone un’esistenza immaginaria, costellandola magari di desideri e di realizzazioni virtuali.

In questo ci aiuta la televisione, non credi?

Tutt’altro! La televisione rende più grama l’esistenza facendo credere che solamente stando dentro lo schermo si è qualcuno. Al di fuori invece si è soli. Là tutti sono belli, ricchi, brillanti e hanno successo. Per cui mi chiedo con quali occhi, dopo avere visto tanta perfezione, si riesce la sera a guardare il proprio partner. Con una cultura simile l’anonimato diventa difficile da sopportare. In fondo è anche il messaggio sfruttato dalla pubblicità.

In che senso?

Nel senso che non produce solamente gente famosa bensì anche e soprattutto «testimonial». Il messaggio in sintesi è questo: tu sei un poveraccio, mentre questo è ricco e famoso. Guarda l’orologio che ha al polso. Se vuoi uscire anche tu dalla fascia dei poveracci devi comprare quell’oggetto. E’ in questa sorta di transfert che si gioca tutta la pubblicità. E tu che fai? lo compri. Non è già questa, in fondo, una forma di infedeltà per noi poveri mortali. Ogni messaggio viaggia su questo, e non solo negli spot. Una volta creato il linguaggio, tutto diventa pubblicità.

Ritorniamo all’infedeltà così come appare nel tuo romanzo.

L’infedeltà da cui prende il titolo il libro è solo uno dei temi narrativi. E’ quello dà cui ha origine l’intreccio. Essa si evidenzia non nel tradimento, che quando avviene ha la leggerezza della completezza dell’essere e non già dell’inganno, ma nel ragionare sull’abitudinario vivere l’amore di coppia che incapsula le persone in ruoli stabiliti da cui poi cercano di uscire. L’infedeltà è mentale, in quanto l’essere non è la specificità di essere marito e moglie, ma anche altro che l’usura della consuetudine nasconde. Questo altro può affiorare come un desiderio di libertà, che vada oltre i canoni usuali, qualcosa che accende la passione, come nuovo entusiasmo d’amore. E’ questo un ritrovarsi e un rinnovarsi. La vera infedeltà è anche proporre al partner false maschere in una dimensione etica con il timore di non ritorno, come per Marzio, il protagonista del romanzo. L’infedeltà è la ricerca di libertà di affermare il proprio Io in una dimensione estetica, di imprevedibilità, come per David, l’altro protagonista maschile che si contrappone a Marzio.

Ecco, parliamo dei due protagonisti maschili. Perché nelle loro diversità caratteriale e di scelta di vita, appaiono entrambi infelici, in preda all’angoscia e all’insoddisfazione?

Marzio ama, si sposa, si annulla nella compagna, si riduce in un ruolo che non dà nuovi slanci né felicità. David ama, ma conserva il suo Io, la sua imprevedibilità, non si sposa ma si sente in colpa. Il rischio per entrambi è l’angoscia: angoscia di avere ma non di essere, angoscia di essere ma non di avere.

Infatti l’angoscia è l’altro tema esplorato sul filo della logica e che è strettamente legata all’amore come perdita d’identità. Cosa mi dici?

Eh, l’identità… Basta poco per perderla: una palla senza una elle (qui Pozzi si riferisce a uno dei momenti più poetici del suo romanzo) diventa pala e la bella rotondità giocosa diventa strumento per scavare una fossa. Un padre al di fuori delle mura domestiche non è più lui; una moglie che si incontra per strada perde i connotati usuali e diventa un’altra donna.

Fin qui i personaggi maschili. Però l’infedeltà nel romanzo non viene praticata solo da loro. Alla fine appaiono delle differenze anche nel modo di tradire. E’ un caso legato ai personaggi che hai scelto, o è connaturato alla diversa natura dell’uomo e della donna?

Ecco il punto! L’errore sta nel pensare che esista un solo tipo di infedeltà, la stessa per l’uomo e per la donna. Non è così, a mio modo di vedere, e in questo senso i personaggi non sono legati alla storia in virtù del loro carattere, bensì in quanto archetipi delle essenze dell’uomo e della donna.

Ti riferisci al diverso modo che hanno di relazionarsi con l’altra persona?

Esatto. Non è solo un luogo comune dire che uomo e donna sono sentimentalmente diversi. In questo l’uomo è piuttosto mediocre nel bene e nel male, nel senso che non sa amare profondamente, ma alla stessa maniera non sa nemmeno odiare. Cose che invece riescono alla grande e in maniera spesso spettacolare nel caso della donna.

E questo, secondo te, perché?

Perché la donna investe sempre tutto in amore. Naturalmente parliamo sempre per linee generali. Quando la donna parla di condivisione, l’uomo non sa nemmeno cosa lei voglia dire. E questo perché l’uomo, in un rapporto cerca il riconoscimento di se stesso; vuole qualcuno per essere il centro del mondo, salvo poi lamentarsi di questa condizione quando la donna si dice insoddisfatta del rapporto. La donna, invece, quando cerca condivisione lo fa anche con piena disponibilità di cambiare essa stessa allo scopo di crescere. Insieme, però; e in questo dimostra grande malleabilità. L’uomo invece non ama i cambiamenti, adora le proprie convinzioni che lo cullano dandogli sicurezza. Solo che finisce per dimostrare la sua inguaribile insicurezza. Ma bada, questa tipicità caratteriale non vale solo per l’amore. Visto che stiamo parlando di un libro ti porto un esempio di tipo, diciamo, editoriale. La letteratura è per sua natura territorio di ambiguità perché solleva domande e non dà risposte; suo dovere è illuminare le zone d’ombra della società e dell’individuo e in questo risiede la sua funzione intellettuale; da un romanzo, che sia degno di questo nome, puoi solo avere dubbi e mai delle risposte. E infatti, in grande percentuale sono le donne le vere fruitrici della letteratura. L’uomo in linea di massima non legge. Tutt’al più ti capiterà di vederlo con il giornale in mano e, guarda caso, quel quotidiano che la pensa come lui, che non lo scuote dalle sue certezze. Perché non vuole, non gli interessa.

E’ una forma di paura, o sbaglio?

Ma l’uomo, in amore, è un grande vigliacco. Se non vuoi vederlo crollare non chiedergli mai di essere sincero. Lo devi interpretare, leggere nelle sue parole.

Uno dei momenti più divertenti dell’incontro di poco fa è stato proprio la citazione di alcune espressioni tipiche dell’uomo e la giusta interpretazione che bisogna darne. Ti spiacerebbe ripeterle?

(Ride.) Le frasi classiche sono tre: «Ti voglio bene ma non ti amo», che significa: ti voglio lasciare ma non ne ho il coraggio. «Sono in crisi», che significa: ho un’altra. E l’ultima che è un sempreverde, «Non vediamoci per un po’», che vuole dire: fammi provare come va con l’altra e se non mi trovo bene torno da te.

Ma sono tutti così gli uomini?

Tutti, tranne il sottoscritto.

Nel romanzo sembra esserci un personaggio chiave con cui tutti inevitabilmente finiscono per confrontarsi. Si tratta di David. Cosa rappresenta?

L’uscita dagli schemi. Nel romanzo è spiegato con la metafora del casinò, funzionale a chiarire perché l’uomo per vivere schematizzi la realtà organizzando la propria umanità all’interno di regole sociali, civili e religiose. Il che può non essere un concetto condannabile. Lo diviene se poi ci si dimentica di avere attuato questa schematizzazione. Qui avviene un’altra forma di infedeltà. Nell’economia della trama, invece, David rappresenta per Marzio l’idea di conservare la libertà; per Norma invece David è un amore che la blocca nel raggiungimento dei suoi obiettivi e che la costringe a fuggire per non morire, mentre per Chiara serve a dimostrare a Marzio che il tradimento è ritrovarsi e non perdersi. Il problema è che David sperimenta su se stesso che essere liberi non significa automaticamente essere appagati, essere liberi significa forse rinunciare a qualcuno che possa essere un punto fermo nella vita; forse significa essere sempre insoddisfatti.

Tuttavia in fondo c’è una soluzione all’angoscia del gioco delle parti. La soluzione la trova Chiara, ma tu non le hai mostrato gratitudine. Nel momento stesso in cui lei ha concretizzato la soluzione, che il marito intellettuale ha involontariamente indotto, le hai spento la fonte d’ispirazione. Allora mi chiedo, cos’è la felicità?

La felicità è concretezza, non metafisica, il che è un invito a non pensare. Chi si sente appagato non ha bisogno di altro. L’amore allo stato nascente genera appagamento. L’innamorato non pensa, gode dell’attimo a sua disposizione. Solo la passione può far raggiungere in momenti sparsi della vita la felicità. Il problema è che il binomio passione/felicità non dura una vita, è composta di momenti e non può raggiungere l’amore eterno, quell’amore che per concretizzarsi ha bisogno di approdare formalmente alla convivenza o al matrimonio. Eppure… eppure ciò che convenzionalmente è amore/matrimonio, con il tempo, fa assumere agli amanti un’identità in funzione del ruolo di marito o di moglie, che non è l’intero essere dell’individuo, ma solo la parte che riguarda il ruolo che svolge.

Allora non bisogna pensare alla felicità. E’ questa la soluzione?

Ma questo è impossibile! La ricerca della felicità è una tensione insopprimibile, come il desiderio della libertà di «essere in se stessi» e non in funzione dell’altro. La non felicità genera la noia. Questo agitarsi in uno stato di ricerca della felicità e dell’amore mette tutti i personaggi in uno stato di moto perenne, ma è un falso muoversi che in realtà non approda da nessuna parte. David e Chiara, due libertà che si incontrano, non raggiungono la felicità e l’amore.

Allora il vero amore e la vera felicità sono nel ricordo?

Diciamo che il ricordo fissa nel passato gli avvenimenti e ha il pregio almeno di renderli immutabili.

Allora, ricapitolando: il problema sollevato dal romanzo sta nel comprendere cosa significhi infedeltà, se e come queste due coppie possano raggiungere la felicità, e come possa l’amore essere eterno. Sei d’accordo?

Sono d’accordo sul fatto che il problema alla fine resta sempre un problema.

Parliamo invece della tua scrittura. Cosa dici a chi ti taccia di kunderismo?

Se ho voglia di prenderlo come un complimento incasso il commento. Ma siccome non vuole esserlo, rispondo che non ha capito niente del libro. Che io non scrivo come Kundera, ma che anzi ne sono stilisticamente molto lontano lo dimostra il mio primo romanzo Il corpo e l’abbandono. Il fatto è che L’infedeltà si divide idealmente in due parti. La prima ha un andamento quasi saggistico. Dico quasi perché un saggio non ha personaggi. E’ percorsa da digressioni che hanno come scopo quello di smantellare i luoghi comuni che popolano le opinioni sull’amore. Vengono analizzati i personaggi nei loro rapporti ed è vero che appare chiaro da subito che i protagonisti non sono realmente esistenti, ma una sorta di identità da laboratorio. Questo, lo riconosco potrebbe animare sospetti di kunderismo. Ma nella seconda di queste due parti ideali, i protagonisti si liberano dal giogo cui li avevo sottoposti, si liberano cioè dalla mano dell’autore e cominciano a vivere. E vivere vuole dire sbagliare, purtroppo. E’ probabile che la prima parte possa disorientare il lettore, ma mi sento di potere affermare che il piacere che deriva dalla lettura della parte «più narrativa», è forse dovuto alle trappoline che ho sistemato qua e là tra una digressione e l’altra.

Un romanzo per lettori, quindi?

Ho capito cosa intendi dire e, con finta polemica, ti rispondo che un romanziere scrive per i lettori.

 

Quando tornerà la primavera? Un’intervista sulla memoria con Giuseppe Ciarallo

Dopo tre anni dall’uscita del tuo ultimo romanzo L’infedeltà, viene dato alle stampe il nuovo lavoro Altri destini. Con Il corpo e l’abbandono e L’infedeltà ci avevi abituato a una dimensione del romanzo quasi intimista, dove la tua attenzione era puntata sulla vita interiore, a volte segreta dei vari personaggi; un’indagine psicologica tesa a scandagliare, con fredda determinazione, i comportamenti dei tuoi protagonisti. Nel nuovo lavoro tutto questo viene diluito in una visione più ampia; la piccola storia («piccola» intesa come personale) di singoli individui, inserita nel crogiolo della grande Storia, quella con la maiuscola, la storia di una nazione, di un’epoca, dell’intera umanità. Un cambiamento di rotta, questo, che i lettori non potranno non cogliere. E’ solo una parentesi la tua oppure è cambiato qualcosa in te, come scrittore e ancor prima come uomo?

Altri destini è un romanzo diverso da L’infedeltà, esattamente come quest’ultimo apparteneva a una concezione di scrittura assai lontana dal precedente Il corpo e l’abbandono. E’ una considerazione valida soprattutto se si ragiona su una cifra stilistica. Credo però che da un punto di vista tematico non sia totalmente esatto definire il cambiamento operato in Altri destini come un mutamento di rotta o, eventualmente, una parentesi. Al termine di questo terzo romanzo è stato per me inevitabile cominciare a tirare le somme per comprendere i meccanismi messi in moto, anche come individuo, dall’attività di scrittore. Mi sono, così, reso conto di avere attraversato, con i miei personaggi e le mie storie, diversi stadi dell’essere, e di avere tracciato una sorta di tragitto umano. Voglio provare a riassumerlo. In Il corpo e l’abbandono il giovane protagonista malato e destinato alla morte è costretto a uno stringente confronto con l’idea della propria scomparsa. Il corpo è diventato improvvisamente la sua prigione; una struttura detentiva priva di carcerieri e di sbarre nella quale non esistono verità in grado di garantire un conforto. Si muore, e basta. L’antagonista è la condizione umana che relega l’individuo in un contenitore di carne, muscoli e nervi, ponendolo in balia dei suoi funzionamenti. Il romanzo seguente, L’infedeltà, sposta l’attenzione su un altro tipo di prigione, quella del condizionamento sociale. I personaggi, due coppie di innamorati, vivono nella necessità di compiere delle scelte, esattamente come accade a chiunque di noi. Passano gli anni, e un giorno si accorgono di avere sbagliato tutto. Nasce allora un confronto con se stessi, e con gli altri, che sfocia nell’analisi del concetto di infedeltà (intesa nella sua accezione più vasta); quella zona d’ombra in cui sono costretti a muoversi, per sopravvivere, tutti gli esseri umani. L’infedeltà quindi diventa un modo di evadere dalla prigione dei condizionamenti sociali ed etici che, con la loro pressione, ci conducono a scelte obbligate. In questo senso Altri destini diviene una sorta di compimento delle tematiche già espresse nei precedenti due romanzi. E’ la Storia, come dicevi tu, a entrare prepotentemente nella vita dei personaggi, schiacciandoli senza pietà. Il carcere di massima sicurezza in cui viene rinchiuso Max Zeri, diventa una reclusione fisica, ma soprattutto mentale. Qualcosa di più della malattia che affliggeva il personaggio de Il corpo e l’abbandono, durante la quale, almeno, era padrone di riflettere liberamente su di sé e sugli altri. In Altri destini però ritengo sia importante comprendere gli argomenti nascosti attraverso i quali le moderne forme occidentali di potere occupano gli spazi, anche i più intimi e personali, dell’individuo. E per farlo occorre seguire un percorso a ritroso che affonda nell’essenza stessa del sapere umano e che solamente chi scrive può intraprendere ed evidenziare. Il primo passo è la denuncia di quella che io chiamo la «presa del Vocabolario». Ogni forma di potere, nell’ambito di ciò che definiamo con molta leggerezza «società democratica», per prima cosa s’impossessa del linguaggio, attribuendo i significati a concetti astratti quali Libertà, Democrazia, Famiglia, Patria, Guerra, Pace, Cultura. Senza che ce ne accorgiamo, vengono cambiate le definizioni di parole che rappresentano le colonne portanti del vivere quotidiano, archetipi di fronte ai quali qualunque discussione viene impedita. Così che la parola possa essere utilizzata per nascondere i concetti, invece di rivelarli. Consultando un vecchio vocabolario, mi sono divertito a notare il cambiamento di significato del termine «idealista» dal 1972 a oggi. Il confronto è stato particolarmente illuminante perché mi ha mostrato in che maniera, cambiando il significato alle parole si possa cambiare il senso del mondo. Nel 1972 l’idealista era un individuo “mosso da un alto fattore”; oggi è una persona che “insegue sogni irrealizzabili”. E su questo dovrebbe riflettere chi scrive, invece di perdere il proprio tempo su noiosissimi romanzi di genere.

I protagonisti del tuo romanzo sono Max e Roman Zeri. Padre e figlio. Leggendo velocemente il nome di quest’ultimo, non può sfuggire l’assonanza con la parola «romanziere». Considerando che il lavoro di Max è il giornalismo e quello di Roman la scrittura, viene da pensare che non si tratti di un caso.

Infatti non lo è. Padre e figlio, a parte una veloce parentesi al centro del romanzo in cui Roman è trentenne, entrano in scena a venticinque anni di distanza l’uno dall’altro, quando hanno quarant’anni. Simbolicamente assistiamo a un passaggio di testimone che il figlio fatica a raccogliere. La sua appare immediatamente come un’impresa difficile, perché non sa e, forse, perché non è completamente disposto a conoscere e ad accettare fino in fondo l’eredità morale che gli viene trasmessa. Non è un caso che Max, il padre, sia un giornalista e Roman uno scrittore. Il cronista ha il compito di informare dell’attualità , della vita di ogni giorno, legato com’è da un punto di vista professionale alla notizia. Al contrario lo scrittore interviene a clamori smorzati. Si siede, inforca gli occhiali, raccoglie e, se ne ha le capacità, rende duraturo, restituisce vita alla vita, tempo al tempo, a quel «sempre presente» che ingloba in sé la dialettica superficiale del divenire: passato/presente/futuro. Purtroppo, Roman è coinvolto in maniera personale, e da questo nascono le sue difficoltà.

Tema centrale del libro è indubbiamente «la memoria». La memoria vista come un esercizio da praticare costantemente, per mantenere viva l’attenzione onde evitare gli errori/orrori del passato. La memoria avvertita come un dovere , come un sentire da tramandare, al pari di un testimone (che nome azzeccato per un semplice bastoncino di legno!) di generazione in generazione. Il tuo romanzo tratta di un periodo storico un po’ scomodo, raramente visitato in letteratura, quello dei cosiddetti «anni di piombo», del terrorismo, della teoria degli opposti estremismi, argomento questo poco «nobile», facilmente travisabile rispetto a già metabolizzati momenti quali la Resistenza, la Shoah, ecc.; ecco, per te, che ruolo può avere la Memoria in un’epoca difficile come la nostra, un’epoca in cui sta prendendo pericolosamente piede la pratica del revisionismo storico teso a negare orrori ampiamente documentati, a confondere le vittime con i carnefici, a banalizzare e ridicolizzare la sofferenza e i destini di milioni di individui stritolati dagli ingranaggi disumani della Storia?

Alla fine torniamo ancora alla «presa del Vocabolario». Tu parli di memoria, e ci accorgiamo immediatamente che non sappiamo più di cosa stiamo parlando esattamente. O meglio, tu e io lo sappiamo perché siamo legati da una certa affinità e perché comunichiamo nella stessa «lingua»; per cui quando diciamo «olocausto» sappiamo che intendiamo proprio quell’evento storico. Eppure, discutendone anni dopo (al momento quindi della «memoria»), quando anche l’ultimo testimone non c’è più, potremmo trovare tre persone che ne parlano con intenti diversi l’uno dall’altro. Il primo ne negherebbe l’esistenza, il secondo l’affermerebbe per tenerne vivo il ricordo così che gli orrori non si ripetano mai più, e il terzo, se ne approprierebbe usandolo per suoi fini. La domanda quindi ritorna: di quale memoria parliamo? Chi ha in mano il vocabolario? Il revisionismo in fondo non è un’esclusiva di questa epoca ma un fenomeno prodotto dal concetto stesso di storia. Questa non necessariamente rappresenta una buona ragione per non prendere posizione, e per chi scrive il modo migliore per farlo consiste nel ripercorrere i fatti, mostrandoli così come sono avvenuti. E poi, a chi tocca il compito della memoria? La risposta in Altri destini è: ai Roman Zeri. Se devo sapere cos’è stato il fascismo leggerò dei saggi storici, ma mi affiderò anche ai romanzi dell’epoca. Leggerò “Cronache di poveri amanti” di Pratolini, “Il partigiano Johnny” di Fenoglio… Il buon romanzo ha la forza di puntare il proprio fascio di luce sull’uomo tenendone sotto controllo la temperatura. In realtà, la letteratura è l’unica vera forma di coscienza dell’umanità, una possibilità per essa di specchiarsi e accorgersi del suo stato. Il check-up che gli permette di curarsi prima che sia troppo tardi. Per questo ritengo che in futuro avremo sempre più bisogno della narrativa. Non di tutta, certamente; e nella ricerca dei buoni libri di sicuro non ci aiuterà il prepotente affermarsi dell’industria editoriale con il suo asservimento alle dinamiche commerciali. Ma chi vorrà sapere avrà modo di soddisfare il proprio bisogno.

Per cui la morte del romanzo è ancora molto lontana.

Sicuro. Sono le forme del potere a desiderarne il decesso. Chi gestisce il sistema – con la complicità di scrittori e case editrici – che, depauperizzandola, la concepisce solo come semplice passatempo. Per cui hai ragione quando affermi che la memoria va avvertita come un dovere. Mi fa piacere che ricordi che Altri destini punta lo sguardo sui detti «anni di piombo». Tratta di un episodio volutamente dimenticato e ignorato dai politici, storici e scrittori, e sceneggiatori, rei in questi venticinque anni, di avere sempre trattato gli anni Settanta con polsi e gambe tremanti. Fiumi di parole; eppure, in realtà, nessuno ha ancora avuto il coraggio di compiere un’operazione di igiene mentale: allontanarsi dal linguaggio del regime e di schieramento per comprendere, per raccontare veramente quegli anni. Chi scrive ha il dovere della lucidità e del distacco. Per lo scrittore vero non esiste differenza tra il sublime e l’abietto. Yeats scrisse che «abbiamo nutrito il cuore di fantasie, e quel cibo ha reso il cuore brutale». Tanto più scendi in profondità, tanto più la verità appare orribile. Contrariamente a quanto si pensa, per fare chiarezza occorre spostarsi dalla luce al buio, non il contrario.
In Altri destini ho cercato di limitarmi a mostrare le cose così come sono accadute, che sia il lettore a giudicare in piena autonomia; che veda ciò che la televisione non ha trasmesso e che legga ciò che i giornali non hanno scritto.

Dopo i tragici giorni del G8 di Genova, è emerso il tanto preoccupante quanto incomprensibile silenzio, salvo pochissime eccezioni, di un’intera classe di artisti e intellettuali del nostro Paese. Un silenzio che pesa come un macigno vista la portata dei recenti provvedimenti che vanno a incidere su tutti gli ambiti della nostra vita comunitaria: dalla cultura alla giustizia, dalla sanità alla scuola, dai servizi sociali all’esercizio dei più elementari diritti individuali. Cosa ne pensi del ruolo degli intellettuali in una società come la nostra? E’ lecito che uno scrittore si rinchiuda nel suo piccolo mondo e si limiti a scrutare l’esterno con una sorta di distacco o ha il dovere morale di intervenire, di denunciare all’occorrenza, di essere testimone e coscienza critica della sua gente?

Nel silenzio di cui parli non ho visto alcunché di nuovo. E gli intellettuali, quei pochi, che adesso si sbracciano, qualche anno fa tacevano davanti alle nefandezze che anche i governi del centro-sinistra mettevano in pratica (l’introduzione della flessibilità lavorativa, i bombardamenti sui civili in Kosovo, lo sdoganamento dei tangentisti, l’indifferenza di fronte al conflitto di interessi di Berlusconi…). E questo silenzio a cosa era dovuto? Il problema dell’intellettualità italiana ha radici antiche e risale al concetto di corte. I protagonisti della cultura italiana sono fondamentalmente cortigiani. Ma per fortuna esistono anche scrittori che dissentono dalle dinamiche del potere, quale che esso sia; il problema è che non è dato loro modo di accedere ai grandi mezzi di comunicazione. L’ordine culturale è un nucleo serrato come un pugno, una sorta di corporazione alla quale si accede solamente passando dall’interno. Per questo li sentiamo insorgere quando vengono privati di un privilegio o quando viene attaccata la loro fazione. Non è così che può funzionare. L’intellettuale deve essere un nervo scoperto della società. Con un governo di destra deve porsi a sinistra, con un governo di sinistra deve stare ancora più a sinistra.

Quali sono, secondo te, i doveri di un intellettuale?

Conservare la libertà, criticare senza riserve le idee preconcette, rifiutare ogni alternativa troppo semplicistica e restituire i problemi alla loro complessità.

Per scrivere il tuo romanzo Altri destini, avrai senz’altro passato molto tempo a scartabellare tra giornali e documenti dell’epoca, a interrogare testimoni di quel periodo della nostra storia. Quali sono state le tue emozioni, cos’hai provato nello scoprire quei mondi sistematicamente banditi dai media, autentici tabù come le pratiche disumane nelle carceri, le torture in un Paese che si vanta di essere esempio di democrazia e che anzi ha la presunzione di affermare, attraverso i suoi capi, l’esigenza di esportarla anche imponendola con le armi?

Sull’esigenza di esportare la democrazia con le armi, è inutile spendere parole, dato che si tratta di una colossale menzogna per nobilitare e riesumare l’antico colonialismo. Per quanto riguarda le scoperte sui giornali dell’epoca, è una pratica che consiglio a tutti. Per realizzare la grande quantità di «inesattezze» costruite non esiste niente di più indicato che andare in biblioteca a consultare i vecchi quotidiani, adesso che alcune verità sono state ripristinate. E siccome la memoria è uno specchio dell’attualità, bisogna pensare che stia accadendo la medesima cosa per quanto riguarda gli avvenimenti attuali. In Altri destini ho voluto evidenziare questa pratica pubblicando per intero un articolo uscito su un importante quotidiano nazionale il giorno dopo la repressione della rivolta in un noto carcere di massima sicurezza. Sul giornale non era però descritta la violenza usata dagli agenti su persone disarmate, inermi a già immobilizzate. Al contrario venivano esaltati «i ragazzi dei reparti speciali» addestrati a combattere senza uccidere, a usare proiettili di gomma, a fare del male solamente se costretti… La realtà poi era un po’ diversa, ma a quanto pare non doveva essere raccontata. Giusto così, tutto sommato. Tocca a Roman Zeri tornare sul luogo del delitto e restituire vita alla vita, attraverso la finzione.

Un capitolo del libro, solo apparentemente staccato dal resto della narrazione, è ambientato in una prigione argentina, Paese in cui, all’epoca dei fatti raccontati, era in atto una sanguinosa repressione da parte di una feroce dittatura militare. Come a dire: stesso periodo storico, situazioni apparentemente diverse, metodi simili. Forse non aveva affatto torto Fabrizio De André quando in una delle sue più belle canzoni affermava che «non esistono poteri buoni».

Una frase del genere, condivisibile, se vera, o se accettata come verità assoluta, ci inchioderebbe definitivamente all’inattività e alla rassegnazione. Continuo a credere che possano esistere, se non poteri buoni, almeno poteri mossi da alti valori. Mi rendo conto che è difficile credere all’esistenza di un regime democratico, nell’accezione fin qui esistente; ma rifiuto di credere che non esistano altre strade. I miglioramenti devono passare prima attraverso gli individui. Chi si occupa di cultura deve prendersi la briga di tornare a pensare l’essere, ripartendo da quelle basi etiche insite nel subconscio dell’uomo sin dalla notte dei tempi. Niente che non sia già stato scritto; quelle due o tre cose che gli uomini devono riconoscersi a vicenda, sulle quali ricostruire un nuovo individuo. Difficile? Può darsi, ma forse nemmeno troppo. Basterebbe semplicemente che ognuno assumesse su di sé l’onere di rappresentare personalmente l’essere umano ideale e andare a spasso, proponendo la pubblicità di se stesso invece che delle grandi firme.

 

Il filo della memoria dagli anni settanta a oggi.Incontro con Walter G. Pozzi, già autore de «L’infedeltà» per parlare del suo ultimo romanzo, degli anni Settanta e dell’importanza del “saper leggere”.

Sara Dania, Virgilio.it

Cortei, fazzoletti e lacrimogeni. Urla e manganelli. Un inizio ad alta tensione per «Altri destini», l’ultimo romanzo di Walter G. Pozzi: il racconto di una manifestazione in cui un ragazzo muore, evento drammatico che segnerà il destino dei protagonisti. 25 anni dopo, il maglione insaguinato della vittima viene ritrovato per caso da Roman Zeri: è l’inizio di un viaggio che lo porterà a indagare sulla vita di suo padre Max, coraggioso direttore di un giornale indipendente. Sullo sfondo della vicenda, gli anni di piombo e il terrorismo, ma soprattutto la repressione del 1979 che travolse decine di intellettuali.

Il nuovo romanzo è ambientato negli anni Settanta: quanto è importante per capire e apprezzare «Altri destini» aver vissuto gli anni di piombo o perlomeno avere una coscienza storico-politica?

Credo che la maniera migliore di avvicinarsi ad «Altri destini» sia cercare una storia. Il contesto storico è soltanto un successivo livello di lettura. Importante, sicuramente, ma ciò che c’è da sapere su quegli anni, per quanto riguarda la vicenda che racconto, è presente nel romanzo stesso. Al lettore non si chiede un esercizio supplementare di memoria, al contrario. Avere vissuto intensamente gli anni Settanta può essere a un tempo d’aiuto e da ostacolo. Il primo caso garantisce la padronanza della materia; il secondo può risentire della difficoltà di accettare un diverso punto di vista. In realtà, il ricordo di quel periodo è vivo nella maggior parte dei lettori del mio romanzo. I più giovani devono invece combattere con una serie di idee acquisite attraverso pareri altrui e attraverso una terminologia creata ad arte per generare confusione. Basti pensare alla definizione «Anni di piombo». L’idea che la parola «piombo» suggerisce, non ha niente a che vedere con la creatività e la vivacità culturale che quel periodo ha prodotto. L’immagine implicita in una simile definizione riguarda la sola violenza e i morti. C’è dell’altro e, in qualche modo, quest’altro viene costantemente negato, anche in maniera subliminale. Ciò non toglie che tutti ne parlino senza dire nulla, soprattutto in questo periodo. In fondo si tratta di un modo sofisticato di tacere.

Il lettore attento riconoscerà in alcuni nomi realtà che sono veramente esistite e che hanno avuto un ruolo nella storia recente italiana. Perché hai sentito la necessità di cambiare questi nomi?

Per non contestualizzare troppo la vicenda. Per evitare che la realtà divenisse l’unica tematica del romanzo, occultando il suo vero obiettivo: analizzare le dinamiche delle moderne forme occidentali del potere. Mi piacerebbe che questo romanzo potesse essere letto tra cinquant’anni e venire identificato come qualcosa di più profondo che non come una semplice analisi di un periodo storico.

Non credi che un giovane lettore perda così l’occasione di conoscere un momento determinante del nostro passato?

In effetti affido alla narrativa la dignità di strumento di conoscenza. Ma «Altri destini» non nasce come romanzo storico. Come ho già spiegato, il mio intento era quello di scrivere una storia sul Potere e sulle dinamiche repressive di una democrazia occidentale. Personalmente non credo all’esistenza di un regime democratico, inteso come momento di assoluta libertà politica e, insieme, di evoluta civiltà sociale. Alla fine siamo sempre di fronte a un forza superiore all’individuo, impegnata a preservare se stessa e i privilegi di pochi. Le libertà consentite sono in realtà quelle di lavorare e di acquistare, di lamentarsi al bar sotto casa e di votare ogni tanto per partiti che si dividono pacificamente i ruoli di governo e opposizione. In realtà, all’interno di strutture democratiche, le differenze ideologiche tra gli schieramenti sono minime, quando ci sono, e, seppure nella loro suddivisione dei ruoli, i partiti sono chiusi come un nucleo di controllo molto forte e compatto. Quindi, se un giovane vuole conoscere la storia più recente, avrà sicuramente da «Altri destini» un aiuto, ma dal momento che l’intento del romanzo è quello di essere trasversale al tempo, avrà modo di conoscere nel dettaglio le dinamiche del Potere. Ciò che ho descritto nel romanzo, è accaduto in Italia nel 1979, ma non è dissimile da ciò che è accaduto nell’epilogo della guerra di Spagna, o dagli eventi della primavera di Praga, accaduti di fronte a un occidente convenientemente paralizzato. E non sarà diverso da molti altri fatti che accadranno in futuro.

Nel romanzo, usi spesso la tecnica del flashback. E’ una strategia consapevole per allentare la tensione emotiva del racconto o si tratta di un omaggio inconscio all’arte del cinema e della sceneggiatura?

Più che di flashback, parlerei di diversi piani temporali. Il primo capitolo è ambientato nel 1976, il secondo nel 2000, il terzo e il quarto negli anni Ottanta, il quinto - che occupa la sezione più lunga del romanzo - nel 1979, il sesto nel 1978, il settimo nel 1999, l’ottavo ancora nel 1978, il nono e il decimo nel 1976, l’undicesimo nel 1979, il dodicesimo e il tredicesimo nel 2000. Si tratta di movimenti narrativi, simili a movimenti musicali. Come dicevo prima, il primo capitolo è veloce, il secondo è lento, il terzo è un adagio… Ma diventerebbe un discorso troppo lungo. In effetti, però, del mio romanzo, mi piacerebbe, più che assistere a una riduzione cinematografica, ascoltarne una traduzione musicale.

Tecniche di scrittura: tu dirigi anche il Laboratorio di Scrittura Creativa il cui motto è “Leggere meno, leggere meglio”. Affermi infatti che «per diventare scrittore, oltre a sapere scrivere, occorre prima di tutto saper leggere». Cosa significa “saper leggere”?

Prima di tutto, saper leggere significa saper scegliere i romanzi. Distinguere cioè quelli buoni da quelli pessimi. Significa affrancarsi dalla critica letteraria, oggi sempre più legata a una proposta commerciale più che culturale. Raramente i romanzi importanti sono recensiti sui giornali, e spingerei la mia provocazione fino a dire che raramente li si trova in libreria. Gli allievi del mio corso avanzato di scrittura hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per acquistare «Canto di Salomone» del premio Nobel Toni Morrison. Naturalmente, il motto “leggere meno e leggere meglio” sottolinea l’importanza di leggere due volte un classico, piuttosto che due romanzi di quelli, per così dire, alla moda. Oltretutto, una rilettura attenta permette di entrare nell’officina di uno scrittore, e di comprendere i motivi delle sue scelte stilistiche e narrative. Nei miei corsi di scrittura si legge molto.

Quali “esercizi” consiglieresti a una persona che volesse imparare a leggere pur non aspirando alla carriera di scrittore?

Ogni romanzo mostra la storia di un cambiamento. Un esercizio potrebbe consistere nel chiedersi in quale maniera il protagonista della storia cambi. Cosa voleva all’inizio e cosa vuole alla fine. Quali eventi hanno contribuito a mutare la sua visione della vita. In che maniera lo scrittore ha mostrato che il protagonista sarebbe potuto cambiare e quali eventi hanno contribuito a questo cambiamento.

Imparare a leggere in 10 libri: quali titoli consiglieresti?

Dieci titoli tra tanti libri importanti. Devo inevitabilmente attingere dal bacino dei classici: Bibbia, Odissea, Amleto, Don Chisciotte, Jacques il fatalista e il suo padrone, Faust, Madame Bovary, I promessi sposi, Moby Dick, Anna Karenina. [aprile 2004]

 

 

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